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Inossidabili

Quante volte, nel valutare la carriera di una band, i picchi qualitativi vengono indivudati nelle prime prove in studio? Alcuni nomi: Iron Maiden, Dream Theater, Metallica, Savatage, Helloween. Questo dovrebbe aiutare a comprendere la grandezza dei Death, una band che, sotto la guida del mastermind Chuck Schuldiner (la cui ispirazione sembra inesauribile), ha garantito una costante crescita qualitativa della produzione anche sulla lunga distanza. Al di là dei gusti personali, la qualità musicale di un album targato Death è sempre maggiore o (nel peggiore dei casi) equivalente a quella della release immediatamente precedente. Siamo praticamente a dieci anni dagli esordi, e questo “Symbolic” non sfugge affatto a questa strana regola che vige soltanto per i più grandi. La formazione cambia ancora, e per la prima volta i nomi nuovi non sono di primissimo piano, trattandosi dei semisconosciuti Kelly Conlon (bs) e Bobby Koelble (gt), che hanno l’ingrato compito di non far rimpiangere gli uscenti DiGiorgio e LaRoque. Rimane dietro il drumkit l’erculeo Hoglan, e questa è un’ottima notizia. Da un punto di vista stilistico il death metal si allontana ulteriormente, e rimane ormai soltanto l’affilata voce growly di Schuldiner a contraddistinguere in questo senso un album altrimenti difficilmente inquadrabile tout court nella corrente extreme. La classe emerge comunque con chiarezza lampante nell’aggressività ragionata e strutturalmente compatta di brani storici come “Without Judgement”, il cui incipit è tra i più incisivi degli ultimi anni, “Misanthrope”, progressiva e violenta, “Empty Words”, emozionante e contraddistinta da melodie chitarristiche straordinariamente espressive, “1000 Eyes”, tellurica ed eccitante. La produzione è finalmente all’altezza delle composizioni (ovvero eccellente), mentre è assolutamente doveroso rimarcare l’ulteriore prova di estro e perizia fornita dal talentuoso Gene Hoglan, in grado, con il suo tocco netto, di donare a queste composizioni estremamente cangianti ed articolate un piglio tagliente e mortifero. La qualità del songwriting è straordinariamente alta e si mantiene omogenea dalla title track, eccellente opener, fino alla conclusiva “Perennial Quest”, brano ragionato e riflessivo, che sfregia con le sue cromate volute melodiche i dubbi filosofici insiti nell’interessantissimo testo. “Symbolic” rappresenta quindi l’ennesimo asso sfoderato dalla sempre più efficiente macchina sforna-capolavori chiamata Death, e non deve trarre in inganno il fatto che il precedente “Individual…” sia stato, in sede di recensione, indicato come probabile apice della discografia della band. “Symbolic” è assolutamente pari al suo predecessore, e la valutazione suddetta trova la sua causa in due fatti di minor rilievo: il primo, più banale, è che “Individual…” precede nel tempo “Symbolic”, e quindi è forse sensato accordargli un leggerissimo vantaggio. Il secondo, meno astratto, è che Kelly Conlon non vale assolutamente Steve DiGiorgio, ed il lavoro di basso nell’album non è affatto lussureggiante come quello garantito in precedenza dall’ex Sadus. Per il resto non esistono differenze: le composizioni sono incredibili, tanto in questo “Symbolic”, quanto in “Individual Thought Patterns”.

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