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  • Death: The Sound Of Perseverance

    Death

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Tragica meraviglia

L’ultimo album dei Death è ormai un capitolo a sé stante all’interno della già originale discografia della band. Chiamare in causa il death metal è operazione necessaria soltanto nella misura in cui a questa particolare corrente musicale possono essere ricondotti alcuni visibili bagliori stilistici, ormai inabissati però all’interno di una struttura artistica personale ed a tratti indecifrabile. “The Sound of Perseverance” è un album che segna la definitiva conclusione del percorso dei Death – e ciò non va semplicemente collegato alla tragica scomparsa del mastermind: il sentiero artistico della band si conclude qui, nella perfetta summa del pensiero estetico del lìder maximo Schuldiner. Prescindendo da ogni possibile rivalutazione a posteriori, positiva o negativa che sia, questo platter è semplicemente clamoroso, ben al di là del suo mero spessore musicale. Il metal classico fa capolino praticamente ovunque, non solo nella incredibile cover di “Painkiller” (mai cover fu tanto credibile e bella, fuori da ogni inutile paragone con l’originale), mentre i tempi e le strutture si fanno ulteriormente intricati e progressivi. Ogni brano è costruito su una pletora di riff e di assoli, la forma-canzone classica si perde in una serie di sfoghi brucianti e sorprendenti, cesellati con perfetta maestria in composizioni che sembrano scaturire dal delirio di un uomo caduto per sempre nella folle conquista della propria mente. Nell’indugiare continuo su suoni stridenti, chitarre che piangono ed urlano, Chuck non manca di citare a più riprese il proprio lavoro passato: ma non si tratta di musica derivativa, bensì di semplice rielaborazione estetica, rievocazione enciclopedica (anche sul piano lirico, ove vengono sintetizzati e chiariti molti degli spunti filosofici, spirituali e umani accennati in precedenza). Una sorta di chiamata a raccolta delle potenze sonore che infestano da anni la costellazione Death. La traduzione in musica è in certi momenti insostenibile nel suo dilaniare la sensibilità dell’ascoltatore attento. [PAGEBREAK]Analizzando il lavoro su un piano oggettivo, concreto e formale, si nota come la produzione sia meno scintillante, la batteria meno precisa (ma totalmente incredibile quanto a fantasia e complessità, specialmente nel lavoro sui piatti – l’incipit di “Scavenger of Human Sorrow” dovrebbe comunque essere sufficientemente chiaro in proposito), il basso meno pastoso e ipnotico che in passato. Insomma, è un album più umano, forse più carnale in certi passaggi: lo smarrimento psichico si trasforma in tumulto corporale, e le note piovono come lacrime in un tessuto la cui sferzante energia di riscossa vibra con tenacia inaudita. Si ascolti, in proposito, la sbalorditiva acustica “Voice of the Soul”, un brano atipico ma di una capacità iconica stupefacente, nel suo squarciare di luce, nel finale, la tragica progressione emozionale suggerita dalla chitarra di Schuldiner. La chitarra, appunto: meno fluida e funambolica che in passato, forse più ripetitiva in certi casi, ma così chiara nel parlare alle orecchie dell’ascoltatore da mettere ogni considerazione tecnica sullo sfondo – eloquente in tal senso è lo sbalorditivo assolo di “A Moment of Clarity”. Il genio compositivo si fa padrone incontrastato: dalla voce che si distacca per sempre dal growl, per divenire un graffiante ruggito strozzato, acuto ed abrasivo, dalla naturalezza con cui i brani si trasfigurano continuamente in contraddizioni ritmiche e spire solistiche (prendete la magnifica “Spirit Crusher”: ritornello sabbathiano, passaggio jazzato e un bridge di grande intensità a metà tra lo speed dei Priest e la furia death – il tutto condito dal solito icredibile assolo), alla mistica con cui i brani prendono alla gola pur mostrandosi pesantemente imperfetti in tante piccole sfumature. Proprio quest’ultimo punto è forse quello che più contraddistingue questo splendido album: raramente, in passato, un album con così tante piccole forme di imprecisione ha saputo mostrarsi così artisticamente perfetto in ogni suo aspetto – e bastano attenzione, sensibilità e pazienza per superare lo scoglio rappresentato dalla vorticosa architettura di riff diversi. Il premio per questa pazienza nell’ascolto è un album che è possibile ascoltare migliaia di volte, ognuna cogliendone nuove sfumature, ognuna venendo colpiti da nuove scariche d’emozione. “The Sound of Perseverance” è la conclusione degna, perfetta, inarrivabile, di una storia durata 15 anni ed interrotta – ma non conclusa – dalla tragica scomparsa di un grandissimo artista di nome Chuck Schuldiner.

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