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  • Death Vessel: Nothing Is Precious Enough For Us

    Death Vessel

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Americana/o

Joel Thibodeau è i Death Vessel. Ne è l’anima, il corpo e, inevitabilmente e principalmente, la voce. Forse il buon Joel ne avrà già fin sopra i lunghi capelli di sentirsi fare domande sciocche al riguardo; ma a costo di apparire banali, anche per noi è davvero difficile non trovare nell’incredibile voce di Thibodeau uno dei principali motivi di fascino del progetto Death Vessel.
Ma andiamo con ordine. Rispetto al buon esordio di “Stay Close”, del 2005, col suo nuovo album Joel non opera tanto un cambiamento di rotta quanto un ampliamento di prospettive: merito dei potenti mezzi della Sub Pop, certo, ma merito soprattutto di un’ansia espressiva più sicura, vitale, potente, e al tempo stesso sempre profondamente personale e intima. Insomma, “Nothing Is Precious Enough For Us” è ancora una raccolta di ottime canzoni folk svergognatamente imbevute di umori southern rock e country, che funzionerebbero (e funzionano) benissimo anche come brani eseguiti da solista. Ma stavolta il tutto è arricchito da arrangiamenti di ampio respiro, tremendamente inventivi (produce Pete Donnelly, dei The Figgs) e suonati da un corposo ensemble di musicisti ospiti, che nei momenti più ispirati trasformano dei “semplici” bei brani in un’affascinante contaminazione di tradizione americana e modernità, di country e sperimentalismo.
Si ascolti ad esempio la belllissima “Jitterakadie”, che intesse trame di finger-picking talmente fitte e sognanti da rasentare la psichedelia, per poi introdurre una chitarra country che si integra a meraviglia, il tutto senza mai mettere in ombra la melodia finemente cesellata del cantato.
Volete di più? “Exploded View” sembra il canto medievaleggiante di un menestrello attualissimo (l’ossimoro è voluto: davvero non si capisce a quale epoca appartenga uno come Thibodeau), con armoniche a bocca e ariose aperture di chitarra rock. E poi, appunto, c’è quella voce: la voce ambigua e sottilmente inquietante di Thibodeau, una voce eterea, incontrovertibilmente femminile eppure – per forza di cose – colorata di sfumature capaci di sottintendere un mondo altro, lo stesso a cui si allude nei testi spesso criptici delle canzoni. Una voce che magari non basterà, da sola, a riscattare alcuni passaggi un po’ più stanchi o manierati (“Peninsula”); ma ascoltatela duettare con la tromba nella conclusiva “Belt Of Foam”, uno dei pezzi più struggenti di questi ultimi mesi, e provate, adesso, a rimanere indifferenti. O a fare domande sciocche.

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