Home > Zoom > Una decade di sofferenza, l’ospite inquietante di Chris Cornell

Una decade di sofferenza, l’ospite inquietante di Chris Cornell

La depressione, scriveva Indro Montanelli, è una malattia democratica: colpisce tutti. Semplice come spesso è la verità. Non importa chi tu sia, quali traguardi tu possa aver raggiunto, di quanti successi la tua carriera sia costellata. Perché la vita è un gioco complesso e non segue delle regole logiche standard né tantomeno può essere ridotta a semplici equazioni matematiche. Però viviamo in un mondo bizzarro che talmente ha idealizzato il concetto di successo, inteso in termini di status sociale, che quasi ha privato le persone che ne godono del diritto alla sofferenza. E forse, viene da pensare, ci siamo illusi che sia questo l’antidoto per l’oscurità. Per questo motivo quando qualcuno che nell’ingenua concezione comune non avrebbe il diritto di ammazzarsi, invece, si uccide, sembra quasi impossibile. Quella sincera, lecita e terribilmente umana domanda “ma perché l’ha fatto ?”, diventa una questione metafisica. Eppure, la realtà che spesso tendiamo a nasconderci è che la depressione è una malattia e non esistono uomini immuni a questo genere di male. Così, analogamente, può succedere che qualcuno che in vita sua non abbia mai toccato una sigaretta muoia per un cancro ai polmoni. Non c’è un vaccino per l’uno e per l’altra. Come uno stile di vita sano non ci rende immuni dai tumori, lo stesso vale per il successo che non ci rende immuni dalla depressione. Se vogliamo dare un tocco più romantico alla questione: la sofferenza è un diritto di tutti.
Per utilizzare un’espressione presa in prestito dal filosofo Umberto Galimberti (anche se un po’ forzata, non me ne voglia), la depressione può essere vista come un ospite inquietante nella nostra vita. Può intrufolarsi nelle nostre esistenze da piccoli spiragli come il vento gelido nei mesi freddi. Può bussare elegante alle nostre porte o può sfondarle con decisione. Spesso a contrapporsi c’è un dato oggettivo accaduto nel reale e, poi, il nostro modo di reagirvi. E a quel punto siamo noi che dobbiamo essere in grado di capire come sbarazzarci di quest’ospite inquietante. L’aiuto di qualcuno è fondamentale perché non sempre si riesce a sopportare la presenza dell’ospite quando si resta soli con lui nella stessa stanza spoglia dell’esistenza.

Ma la depressione è un argomento serio e qualsiasi tentativo da parte del sottoscritto in questa sede, seppur supportato da qualche residuo di un passato universitario, risulterebbe grottesco. Quello che, invece, vorrei provare a fare è portare alla luce alcuni aspetti della vita di un uomo in particolare la cui morte recente, suicida, ha scosso il nostro presente in maniera più o meno forte.
Chris Cornell, cantante e leader di una delle band più influenti degli anni ’90, i Soundgarden, voce degli Audioslave, artista solista, padre di tre figli, marito amorevole, uomo di successo, si è ucciso soffocandosi con un laccio intorno al collo nella sua camera d’albergo. Proprio dopo un concerto dei suoi Soundgarden. Proprio durante un tour piuttosto fortunato. Proprio dopo aver terminato una conversazione al telefono con la propria moglie. Eccola che ritorna, la domanda: “ma perché l’ha fatto ?”.
Quasi nessuno, nel ricordare Chris Cornell, ha mai accennato al suo rapporto con la morte. Forse fondamentale per arrivare, se non a capire, quantomeno vicini ad accarezzare la comprensione del suo gesto. La vita di Chris Cornell, specialmente quella parte più delicata fatta di svolte, di crescite, di cambiamenti immediati e radicali, è stata un continuo alternarsi di perdite. Quasi tutte legate al suicidio.
Il primo fu il suo compagno di stanza, amico fraterno e musicista Andrew Wood. L’eroina lo uccise a 24 anni d’età. Una perdita incolmabile per Chris Cornell che sentì il bisogno di dedicare qualcosa di importante all’amico scomparso: i Temple of The Dog. Quattro anni dopo un altro amico si tolse la vita sparandosi un colpo di fucile in bocca: Kurt Cobain.
Nel 1997 un’altra perdita devastante, un altro suicidio. Quell’anno, infatti, Jeff Buckley trovò la morte nella corrente di un fiume, proprio durante la registrazione dell’album che sopravvisse al suo creatore anche grazie alla produzione postuma di Cornell. I due erano legati da una profonda amicizia e rispetto. Poi, due anni dopo l’inizio del nuovo millennio, è stata la volta della morte di Layne Staley. Sempre un suicidio, sempre a causa della droga, sempre una figura di riferimento per la vita del cantante dei Soundgarden che, all’epoca, stava vivendo una seconda rinascita artistica assieme agli strumentisti dei Rage Against The Machine con il supergruppo Audioslave.
Una serie di suicidi che sembra non finire mai, ognuno col suo carico di sofferenza, ognuno con la sua difficile elaborazione, ognuno col suo ospite inquietante. Non dev’essere stato semplice andare avanti e, forse, senza la musica e senza l’amore, di Chris Cornell avremmo parlato al passato già da molto tempo. Ma se pensate che si stia mostrando così tanta presunzione da spiegare le cause del suo suicidio, vi sbagliate. Casomai, siete di fronte ad una lettera aperta di un fan che ha cercato a più riprese, fallendo molti tentativi, di darsi anche lui una risposta. La sua personale interpretazione del perché un uomo come Chris Cornell possa aver ceduto alla sofferenza. Forse, una sofferenza antica, coriacea, per anni addomesticata, per altrettanti anni alimentata con abusi di ogni genere, per molto tempo sopita. Perché come diceva il poeta John Keats, se il piacere è un visitatore, la sofferenza si attacca lungamente e crudelmente a noi.
Per noi che dell’uomo conoscevamo solo la rockstar ci sembra assurdo. Eppure, Cornell con la morte ha danzato per anni.

Caro Chris, anche se io non riuscirò mai a capire fino in fondo cosa è successo quella notte, mai ci riuscirò, ho capito che non scambierei un secondo del tuo successo per quello che hai dovuto sopportare in quei maledettissimi anni ’90. Davvero.

Scroll To Top