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Dedicato a chi cercava gli Afterhours

C’è bisogno di buttar giù gli schemi. Gli Afterhours – in tempi maturi come questi – necessitano di un alito di novità che li investa fino a farli esplodere di aria nuova.
Ci son riusciti. Come? Con la riedizione di un album, riproponendo ciò che avevano già proposto. Aggiungendo solo piccoli tocchi. Ripartendo in tour per far visita ai piccoli club.

La tappa napoletana è doverosa. La Casa della Musica li ospita e Atleticodefina fa gli onori di casa aprendo la serata. A Manuel Agnelli l’arduo compito di scomporre il puzzle creato in quasi vent’anni di carriera e plasmare l’immagine a suo piacimento. Come ha sempre fatto, ma col peso del professionista sulle spalle. Che sia giunto il momento di allontanarsi dagli stereotipi autoimposti? Se Manuel non fosse una piccola iena, ma solo uno che ha paura del buio? Autobiografia, ironia e osservazione: queste le parole guida per scoprire il cambio di muta del leader della band milanese.

C’era una volta Manuel Agnelli, ora ci sono gli Afterhours.

Ecco la novità, nulla di più del percorso di un gruppo che non esalta la notorietà di un frontman, ma unisce gli elementi in una fusione calda e sprezzante d’energia. Impossibile non sentirli insieme e non immaginarli lì dove sono: ognuno essenziale allo spazio che occupa, al suono che crea.
Si parte con “You Know You’re Right”, si chiude con “Orchi e Streghe Sono Soli”. Omaggi ad ascolti passati e a sensazioni contemporanee fanno del live uno spettacolo a tutto tondo capace di ammaliare con la sensualità di una chitarra che graffia e di rapire nel vortice della voce che impenna.

Alle loro spalle la tavola imbandita con l’intero set di coltelli, quelli da avere tra i denti per graffiare la pelle di chi percepisce un brivido. E se i brani che compongono la scaletta sono tappe in universi ben conosciuti ai presenti, c’è da ammettere che l’intento di reinventarli giunge a buon fine istante per istante. È tutto più generoso: Agnelli divide scena e voce col fido bassista Roberto Dell’Era, con lo storico batterista Giorgio Prette, con la chitarra di Giorgio Ciccarelli, con la guida polistrumentale di Enrico Gabrielli e col fantastico violino di Rodrigo D’Erasmo.

Un quadro d’insieme che esalta le pennellate della più completa delle opere, dove non manca né talento, né esperienza, né dedizione, quella al mestiere più eccitante del mondo. Dedizione, sì. E pensare che in altri tempi li avrebbero definiti spocchiosi.

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