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Hughes & Coverdale mattatori del rogo

Come bruciò il Mark II di “Machine Head” appena dopo un più scialbo “Who Do You Think We Are” e come i Deep Purple seppero rinascere dalle proprie ceneri: “Burn”.
Un album che andava a collocarsi di diritto al fianco dei due capisaldi “In Rock” (che racchiude “Black Night”, “Speed King” e “Child In Time”, tanto per intenderci) e lo stesso “Machine Head” (che è poi l’album di “Smoke On The Water” e “Highway Star”, tanto per continuare a capirci), “Burn”.
Un’opera che nasce dai “capricci” di Ritchie Blackmore, il quale entrò in rotta di collisione prima con il singer Ian Gillan, nel 1972, il quale lasciò la band l’anno seguente, e poi col bassista Roger Glover, imponendo ai restanti membri del gruppo un aut aut del tipo “o me o lui”.
Blackmore, Lord e Paice chiamarono come nuovo bassista Glenn Hughes (fino ad allora, basso e voce dei Trapeze), che nei Deep Purple si ritrovò a svolgere un determinante ruolo di seconda voce accanto al nuovo front-man, l’allora giovane, inesperto e sconosciuto David Coverdale – reclutato sulla base di una semplice musicassetta con la quale si proponeva alla band come sotituto del defezionario Gillan.
L’album che si diede alle stampe nel 1974 è ormai entrato nella storia e nelle antologie del Rock, anche e forse soprattutto (ma non soltanto) grazie allo spettacolare riff della title track, posta in apertura: il pezzo, ispirato a streghe e inquisizione, diventerà con gli anni un vero manifesto sia per l’album che, assieme ad altri, per la carriera della band. Degno di lode è anche il blues di “Mistreated”, da molti ritenuto come uno dei migliori blues bianchi di tutti i tempi, nel quale Blackmore sfodera un altro dei suoi riff efficacissimi e geniali nella loro semplicità.
Il concept sonoro a due cantanti, inaugurato con quest’album, funziona al meglio, sembra che Glenn e David cantino insieme da sempre tanta è la (apparente?) spontaneità con la quale le loro voci si intrecciano in composizioni come la già citata title-track, o “Sail Away”, “Might Just Take Your Life” oppure ancora “Lay Down, Stay Down”. Tutte canzoni all’occorrenza colorate ora dall’ugola più virile e grintosa, ma anche passionale e romantica, di Coverdale, ora dalla timbrica dallo stupefacente sapore nero di Hughes, cresciuto con soul, rhythm’n’blues e funky. Non si può infine glissare sulla conclusiva “‘A’ 200 “, una strumentale che, con la sua vena sperimentale, ricercata, di classe e dall’attitudine progressiva, con il suo flavour elettronico ante-litteram e un’atmosfera quasi aliena, va a chiudere in una maniera inaspettata, e forse per questo ancor più gradita, uno dei capisaldi dell’hard rock di sempre.

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