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  • Deep Purple: Come Taste The Band

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L’album a sé

Un album figlio essenzialmente di due personalità trainanti: da una parte c’era David Coverdale e i Whitesnake a venire (quelli prima della “svolta americana”), con la sua passionalità e le sue sfumature blues; dall’altra parte c’era Glenn Hughes, con il suo carattere, la sua personalità artistica sempre e comunque venata di musica nera, soul e funky. Due artisti che sapevano cosa volevano e come ottenerlo.
Venne fuori un album che si distaccava come non mai dal passato (più lontano) della formazione inglese, che in qualche modo sommava algebricamente le caratteristiche dei due musicisti, ormai i leader di una band con un nome così importante, direttamente connesso ai riff indimenticati di Ritchie Blackmore. Chitarrista che però non c’era più. Ritchie, infatti, non aveva voluto sopportare ulteriormente i capricci di due neo-star della musica mondiale al cui successo (per lo meno iniziale) aveva sicuramente contribuito anche la sua Fender Stratocaster. Se ne andò così per la sua strada per dare vita ai Rainbow, in compagnia di un’altra futura rockstar, Ronnie James Dio.
Alla chitarra arrivò Tommy Bolin, ragazzo americano di belle speranze, anche lui con in braccio una Strato, che nonostante un talento generoso e sicuramente tanto impegno (fu infatti molto importante il suo ruolo nel songwriting di “Come Taste The Band”), non riuscì del tutto a non far rimpiangere chi lo aveva preceduto.
Detto dello split con Blackmore, viene facile capire il titolo del disco: c’era davvero bisogno di invitare la gente ad “assaggiare la band”. Come un buon vino, perché buona, la band, continuava ad esserlo. Lo dimostravano “Comin’ Home”, così come “Lady Luck” o “I Need Love”, cantate da Coverdale, e non è così difficile scorgere in esse il seme della sua futura carriera solista che sarebbe in breve sfociata negli Whitesnake.
Con “Gettin’ Tighter”, “This Time Around” e “Owed To G” (quest’ultima strumentale) si entrava invece nel regno di Glenn Hughes, che rendeva nuovamente chiaro a tutti un talento più unico che raro, un carisma magnetico e una voce inarrivabile, a suo agio sia nei pezzi più grintosi che in quelli più d’atmosfera. E per chi fosse alla ricerca di ulteriori dimostrazioni, a chiudere il disco arrivava “You Keep On Moving”.
“Come Taste The Band” è un album che ha una sua identità, la quale avrebbe però meritato un seguito per poter spiegare meglio ciò che aveva da dire e che magari non venne capito a pieno, forse per pregiudizio, forse perché schiacciato dal monicker impresso sulla copertina.
Di sicuro, a rimanere schiacciato, da un’overdose di eroina, fu Tommy Bolin, nel dicembre del ’76, e l’era Coverdale-Hughes, e questa formazione dei Deep Purple, si estinse con lui. Sembrava la fine. Almeno finché non arrivò “Perfect Strangers”, otto anni dopo.

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