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La conferma

Insieme ai riconoscimenti internazionali che “Deep Purple In Rock” aveva fatto guadagnare ai Nostri, arrivò anche l’asfissiante e inevitabile pressione, fatta di attese e aspettative da parte di pubblico, discografici e critica, con la quale bisogna sempre fare i conti una volta diventati rockstar.
Non dev’essere stato facile, con l’agenda piena zeppa di concerti e impegni, trovare comunque la serenità, la tranquillità, ma anche solo il tempo necessario per mettersi a scrivere e registrare nuovi pezzi, “obbligati”, manco a dirlo, a ripetere gli standard di qualità e vendite del disco precedente. Probabilmente però che sono proprio questi i momenti nei quali i fuoriclasse iniziano a staccarsi nettamente dal gruppo, perché è in queste circostanze che si vede chi ha le carte giuste per rimanere e chi invece è destinato a diventare una delle tante meteore e quindi a scomparire. Per i Deep Purple del ’71, quelle erano le due opzioni possibili. Loro, per tutta risposta, tirarono fuori un album che riprendeva il rock duro di “In Rock” cercando di evolverne il significato, in modo più o meno atteso (e un po’ di coraggio ci va), attraverso particolari tecnici e sfumature artistiche nuove, sperimentazioni e momenti più progressivi, che, insieme ad un songwriting di nuovo fuori dal comune, ci fanno pensare che “Fireball”, nonostate l’impressione che la sua genesi avrebbero tratto giovamento da un po’ più di calma, abbia davvero poco o nulla da invidiare alle più fortunate opere del combo inglese.
A dare il benvenuto all’ascoltatore, non appena messo su il disco, è Ian Paice, con un fill di batteria, ormai storico, che introduce la title-track, un up-tempo vorticoso (l’unico del lotto), grintoso, coinvolgente ed efficace, in sostanza uno dei classici di sempre dei Purple. Troviamo traccia delle innovazioni più su accennate in un assolo di batteria che va in acido per mostrare lande colorate di toni psichedelici in “The Mule”, oppure nei chiaroscuri di “Fools”, creati dall’alternanza tra momenti quasi onirici, che giocano su infinitesime variazioni armoniche e momenti di assoluta carica elettrica. Così come potrebbe essere significativo ricordare l’hard rock di “No One Came” e il suo solo di pianoforte riprodotto e inserito al contrario nell’outro del pezzo (ascoltare per credere. Tra l’altro nell’anniversary edition è possibile ascoltare ciò che venne effettivamente registrato da Jon Lord e poi “capovolto”).
Bisogna infine chiamare in causa un pezzo come “Anyone’s Daughter”, vale a dire un bel country rock dall’atmosfera western, venuto fuori quasi per caso dalla chitarra di Blackmore e per nient’affatto venuto male, ma che certo sembra aver poco a che fare con l’atmosfera del disco nel suo complesso. Un contesto sonoro e artistico complessivo che qui, a dire il vero, mal si adatta ad una definizione sintetica sempre valida. “Fireball” rimane però un album sfaccettato e interessante, spesso sottovalutato, ma sicuramente una delle colonne portanti della storia dei Deep Purple.
Nell’Anniversary edition oggi disponibile spiccano un remix di “Strange Kind of Woman”, singolo apripista e originariamente non inclusa nell’album, una B-side, la movimentata “I’m Alone”, e due out-take: “Freedom”, un allegro e spensierato rock, e “Slow Train”, dotata di un gran riff e un gran tiro per dare vita a un hard rock song tutto da ascoltare.

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