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Della paura di essere felici

Nelle sale italiane dal 26 marzo scorso, “Happy Family” segna il ritorno alla commedia di Gabriele Salvatores, regista italiano pluripremiato e che, nel corso della sua carriera, ha spaziato tra generi molto diversi tra loro, basti ricordare il fantascientifico “Nirvana”, il noir “Quo Vadis Baby” o il drammatico “Come Dio Comanda”.
Dall’incontro con il regista, lo sceneggiatore Alessandro Veronesi e il cast, emerge una forte sintonia e una magica alchimia che si è creata tra di loro e che sicuramente ha contribuito all’ottima riuscita della pellicola.
In un clima particolarmente informale e piacevole Salvatores esordisce ringraziando tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di “Happy Family”, a partire dagli enti che hanno creduto nel progetto e lo hanno materialmente supportato.

E proprio a partire dal titolo la prima domanda sorge spontanea e naturale. Che cos’è la felicità?
De Luigi: Difficile definirla a parole e difficile capire quando si è felici. Perché la felicità è un attimo, un lampo. Certo è che se non si ha il coraggio di mettersi in gioco, di rischiare e di osare, è molto difficile raggiungerla. Il film si focalizza molto sulle paure dei personaggi, paure che in un certo qual modo impediscono loro di essere felici. Del resto il mio stesso personaggio, Ezio, per paura di innamorarsi veramente preferisce dedicarsi alla scrittura di una storia d’amore…

Gabriele, come mai dopo un film drammatico e cupo sei passato – o meglio tornato – alla commedia?
Salvatores: La vita non è in una sola direzione, è bello cambiare e sperimentare strade diverse e a volte molto differenti tra loro. Cimentarsi sempre nelle stesse cose annoierebbe me e anche lo spettatore. Nel mio DNA, comunque, c’è probabilmente più questo (la commedia ndr) che il resto.

Parlando più approfonditamente del film, in “Happy Family” ci sono sequenze con colori molto forti e dominanti, hanno un significato specifico queste scelte cromatiche?
Salvatores: Assolutamente sì. L’attenzione ai colori vuole differenziare la messa in scena dei personaggi di una storia inventata dalla realtà. I colori mi hanno aiutato molto a definire queste diverse dimensioni narrative e credo che aiuteranno molto anche lo spettatore nel distinguere le due realtà.

Si vocifera di un remake americano di “Happy Family”, è vero?

Salvatores: La cosa in realtà è stata proposta a Maurizio Totti, produttore del film, io non ne so molto. Comunque è vero, sono venuti diversi buyer americani interessati, ma non è ancora stato deciso niente. Inutile negare che “Happy Family” in un certo senso tenta proprio di stabilire un ponte tra la nostra tradizione della commedia italiana e la nuova commedia americana, dove il cinema diventa meta cinema… Insomma, vedremo cosa fare. Per ora ci interessa che la pellicola sia apprezzata e piaccia al pubblico italiano, tanto per cominciare.

E proprio il pubblico italiano sicuramente ti ringrazierà per aver riunito, a quasi 20 anni di distanza, un’accoppiata vincente e irresistibile: Abatantuono e Bentivoglio. Diego, Fabrizio, quanto vi siete divertiti sul set? E come nasce la vostra sintonia?
Abatantuono: La sintonia tra due attori nasce e basta, come nella vita. È un’alchimia che non si può spiegare né creare a comando. Noi due siamo assolutamente complementari, lui è fortissimo nelle pause, io nel riempirle.

Bentivoglio: Effettivamente abbiamo aspettato troppo a tornare insieme sul set. Ricordo ancora il periodo di “Turné”, sono stati mesi impagabili durante i quali mi sembrava di vivere una vacanza continua. E poi Diego è un inarrestabile mattatore, impossibile annoiarsi o arrabbiarsi con lui.

Ora scusaci Gabriele se, in chiusura, ci concediamo una piccola divagazione, ma non possiamo non chiedertelo. Hai mai pensato, dopo lo strepitoso successo di “Nirvana”, di cimentarti nuovamente con un film di fantascienza?
Salvatores: In realtà io lo farei subito un altro film di fantascienza, bisogna però in primis trovare la storia giusta e i mezzi adatti. Con i budget italiani “Nirvana” era il massimo che si potesse fare per quel genere cinematografico. Se si ambisce a qualcosa di più bisogna necessariamente puntare su co-produzioni americane. Ci ho già provato una volta ma il mio progetto evidentemente non era sufficientemente convincente, non è detto che in futuro io non decida di ritentare!

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