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Dellera: Cuore viaggiatore

Quando ti racconta la sua vita credi che abbia il doppio degli anni che ha. Come se una vita sola non bastasse per fare della passione per la musica un viaggio che lo porta in Europa, poi in Thailandia fino al ritorno a Milano, dove ad attenderlo c’è mr. Manuel Agnelli che vuole il suo basso negli Afterhours.

Insomma, Roberto Dell’era – o semplicemente Dellera – sembra nato con la camicia. Magari nera, come quella che indossa stasera per rendere immagine la stessa eleganza di “Colonna Sonora Originale”, primo disco a suo nome. Ballate vintage e voce calda per immergersi nel diario di un viaggio che come sottofondo non ha il rombo di una motocicletta, ma i colori dei luoghi vissuti.

Ad accompagnarlo in questa avventura live c’è il collega Rodrigo D’Erasmo, già violino nella band milanese. Un duo insolito e affascinante, chiamato a dare il loro contributo ad un festival che ha riscaldato l’estate partenopea. Non poteva non chiamarsi “La Bella Stagione“, come bella è stata la rivincita di una provincia – Torre Annunziata – che ha vinto una scommessa inattesa. Dopo il concerto, tra la spiaggia, un drink e le note di Dimartino in sottofondo, Dell’Era ci ha detto la sua. Sulla musica. Ovvio.

Il disco è nato in quattro anni. Non hai desiderato cambiare nel tempo un lavoro così personale?
È sicuramente un disco che si è evoluto, io continuavo a registrare canzoni, ho cambiato tre etichette fino ad arrivare a quella definitiva. Ho rielaborato anche i testi, all’inizio tutti erano in inglese. Ora, a pacchetto chiuso, posso dire che uno e mezzo l’ho registrato in Inghilterra, gli altri brani in Italia su e giù tra tanti studi. Quando non c’erano i soldi registravo a casa di amici.

A Sima è piaciuta la canzone?
Sì, le è piaciuta e mi ha anche scritto chiedendomi se ora in Italia è famosa. Credevo di no, ma dato che è un po’ che non la sento inizio a preoccuparmi, magari le ho rovinato la vita!

Sei stato musicista in Inghilterra e ora lo sei in Italia. Che differenze ci sono tra i due paesi nel tuo lavoro?
Sai, ho sempre ascoltato in gran parte cose inglesi o americane. Quando sono arrivato lì ho trovato esattamente quello che mi aspettavo. Il modo di stare sul palco, di usare gli strumenti, l’approccio alla musica in generale è abbastanza diverso. Infatti si dice che in Inghilterra prima fai la band e poi impari a suonare, mentre in Italia è contrario. Lì buttarsi nel mondo del rock’n roll è più importante che saper suonare e spesso non è la bravura la cosa più importante. Ci sono molte band tecnicamente meno valide di quelle italiane, ma creativamente sono una spanna sopra. Tutta l’energia la mettono nella scrittura del pezzo più che nella qualità tecnica.

Il lavoratore ne guadagna in dignità?
Certo, ma è un approccio valido anche per chi fa musica per hobby. E io ci stavo bene, perché ho sempre detestato l’eccessiva organizzazione: suonavo per strada, in giro per l’Europa, e andava bene così. Son partito a ventisei anni e tornato undici anni dopo. In Inghilterra ho suonato in tanti progetti diversi: il primo gruppo si chiamava Love Trip, formato da me e un amico conosciuto in Francia e ritrovato lì anni dopo.

Undici anni di belle esperienze.
Certo. Poi in Inghilterra c’è una tensione emotiva diversa rispetto all’Italia. Qui se cominci a suonare sai che al massimo sarai conosciuto nel tuo Paese, o comunque nel piccolo mondo dell’indie, perché i canali più grandi pendono dalle labbra dei prodotti di ‘X-Factor’ o ‘Amici'; mentre se canti in inglese sai che da un momento all’altro puoi esser conosciuto in tutto il mondo, tutti sanno che qualcosa di incredibile può succedere. Questo ti da un’adrenalina incredibile. E sul palco si sente tutta. Da un lato, invece, è una forza sinistra negativa, perché sei sempre dentro questo sogno immenso e non sai – non vuoi! – uscirne.

E invece tornato in Italia sei finito proprio nella band più famosa dello Stivale.
Sì, gli Afterhours sono una mosca bianca e quasi non fanno testo. Se sono dove sono è perché c’è Manuel che è di una diligenza ammirevole. Il suo modo di lavorare è una delle cose più grandi che abbia imparato, ha un potere di controllo e di gestione incredibile. Così come credo che in Italia qualunque band che ce la fa nel mondo dell’indie deve avere una testa quadrata, non in senso negativo, ma perché devi sempre sapere dove vai a parare, è un lavoro imprenditoriale. Tutti quelli che suonano nell’indie magari si nascondono dietro l’immaginario dei cazzoni alcolizzati, ma è gente che la mattina si sveglia, chiama l’etichetta otto volte al giorno, il booking sette volte al giorno, discute, legge i giornali, si mette in viaggio per le varie date. Non è che fa i concerti e basta.

Una professionalità tutta italiana?
No, tutto questo l’ho capito prima di tutto in Inghilterra, dove ho avuto la possibilità di lavorare con musicisti dal talento immenso, come Mickey Greany, che è autore de “Il Motivo di Sima” – che ho poi riarrangiato e riscritto a modo mio, con la mia storia.

[PAGEBREAK] Come funziona? Tu arrivi in un Paese e tutti si innamorano di te?
Non è amore, è che c’è tanta musica, la struttura è più grossa. Mi dispiace dirlo, ma l’Inghilterra e l’America sono paesi di rock’n roll, mentre l’Italia non lo è. Qui il rock’n roll non è più – e forse non lo è mai stato – qualcosa che va a permeare il tessuto sociale. In Italia da quant’è che non c’è un leader musicale che influenza il pensiero comune, anche solo nel vestiario? Magari gli Afterhours in parte lo fanno, ma ci sono dentro, quindi non spetta a me dirlo.
In Inghilterra e in America vai in lavanderia e la radio passa i Radiohead, vai a fare la sauna e c’è Santana in sottofondo. Il rock’n roll è nell’educazione della gente. In Italia se ti va bene al bar c’è RDS accesa (a Napoli c’è il neomelodico, a Milano c’è RDS).

Ma l’Italia resta comunque un Paese che ha bisogno di lasciarsi trascinare. Ora quello che si chiede alla musica è la nostalgia di melodie cantautoriali. Ti definisci un cantautore?
Io mi sento un saltimbanco del rock’n roll.
Credo che l’espressione cantautore non significhi niente. Però l’Italia lega la parola a De Gregori, ad un cantastorie. Io non penso di avere molte storie da raccontare. Non erano cantautoriali neanche le canzoni di Battisti o di Mina (scritte da altri), erano più rock’n roll, e io mi sento più vicino a quel genere lì. Oggi sarà la crisi a dettare le preferenze musicali, perché un cantautore può essere valido sia con la band che solo con la sua chitarra, e per un concerto ti costa meno.

Com’è nata la formula del duo Dell’Era-D’Erasmo?
Un po’ per sperimentare, un po’ per condividere ancora un’altra cosa con Rodrigo. Con lui ci ho abitato, suonato, viaggiato, siamo davvero amici. Abbiamo capito che musicalmente siamo telepatici. Se una sera io rallento o velocizzo una canzone lui mi segue subito. È un musicista come ce ne sono pochi al mondo. Adesso è sul pezzo anche per le Olimpiadi di Londra: nella canzone che i Muse hanno scritto per l’evento Rodrigo ha curato gli archi.
E io ho la fortuna di lavorare con lui, piuttosto che con Enrico Gabrielli nei Calibro 35.

Papà Manuel Agnelli ha dato la benedizione a questo duo?
In realtà non ci ha ancora sentiti dal vivo. Lo farà a breve perché apriremo delle date degli Afterhours, ci autopresenteremo insomma. Ce la cantiamo e ce la suoniamo, ma siamo curiosi di vedere anche il pubblico come reagisce. In fondo siamo due famiglie musicali molto diverse.

Dell’esperienza da regista per il video de “Le Parole” che mi dici?
È stata un’esperienza bellissima. Parlando con Giorgina, una mia grandissima amica e tra i co-fondatori dell’Angelo Mai, dicevo di voler girare questo video omaggiando “I 400 Colpi”. Lei mi ha proposto il bianco e nero, abbiamo girato tutte le scene a Testaccio, con l’immaginario del fiume che a Roma è poco utilizzato, ma io trovo bellissimo. Né io né lei avevamo esperienza nella regia, ci hanno aiutato un operatore e un montatore. Credo sia venuto fuori un bel lavoro, sta piacendo molto. Ian Sassanelli poi è straordinario: è il figlio di amici di Giorgina, ha undici anni e ci è sembrato adatto per un’atmosfera più nouvelle vague, più anni Sessanta possibile.

Desideri per il futuro?
Riconosco che la mia è una posizione davvero invidiabile. Suono con gli After, il mio piccolo disco sta andando benissimo, ma devo sciogliere dei nodi miei personali per esser felice. Mi manca davvero poco, lo so.
Il mio è un lavoro strano. Le storie non felici hanno fatto da sempre parte del rock’n roll. C’è tanta tristezza in giro nel mondo della musica, cavolo.

Se non avessi fatto la rock star?
Sarei di sicuro un tipo da periferia. O magari sarei diventato un grandissimo tennista, chissà. Confido sempre nel talento innato delle persone.

Qui si respira talento fresco, no?
Assolutamente. Incrocio le dita per Torre Annunziata, i ragazzi sono dei diversi rispetto alla gente che ho visto fuori in piazza. Ed essere diverso vuol dire essere orgogliosi per quello che stanno facendo.

Ok, ma ora andiamo a ballare?
Certo, ci godiamo un po’ dei Dimartino che sono più o meno il meglio dell’indie che si trova in giro in questo momento.

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