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Dellera: Quattro chiacchiere con Roberto Dell’era

È un pomeriggio piovoso d’aprile, quello in cui la voce di Dellera, fa irruzione fra i miei pensieri.
E per una volta, non sto ascoltando un suo pezzo: è proprio lui, Roberto Dell’era, la (bella) voce che dialoga con me.
Questa piccola precisazione è d’obbligo, perché nel corso del nostro incontro telefonico è emerso molto Roberto, musicista appassionato e lontano dagli schemi, il Roberto pensatore e cantautore.
Insomma niente a che vedere con lo stereotipo del musicista che se la tira, che fa il “personaggione”.
Lo raggiungo telefonicamente a Firenze, dove sta facendo il sound check con il suo gruppo.

Ciao Roberto, benvenuto su Loudvision! Qual è stato il tuo primo approccio col mondo della musica? Te lo ricordi? E qual è il disco che ti ha “aperto gli occhi”?
Allora, devo tornare indietro nel tempo. Mmm… fammi pensare. Istintivamente ti direi il giradischi che avevo a casa dei miei, con i quarantacinquegiri di Celentano e Mina. Sì, quello è stato uno dei miei primi approcci. Poi svariate colonne sonore, una su tutti quella di “American Graffiti”, veramente, posso dirti che mi ha cambiato la vita. La riascolto anche adesso. Soprattutto se sei un ragazzino di 10 anni che si affaccia per la prima volta nel mondo della musica, è un grosso impatto, qualcosa di devastante. Poi tutto il filone rock anni ’50/’60, pezzi che ascolto tuttora, ma non ho mai riproposto ai miei concerti. O meglio non ancora, non si sa mai.

A proposito di concerti, cosa ricordi con piacere o rimpiangi del tuo periodo in Inghilterra? Lì hai raggiunto la fama con i Love Trip e hai collaborato con svariate band…
Beh, gli anni trascorsi in Inghilterra sono stati la mia scuola, la mia formazione, mi piace definirla così. I Love Trip sono nati come band formata, quasi per scherzo, con un mio vecchio amico che mi aveva chiesto di trasferirmi lì. E perché no? È partito tutto un po’ così. Poi c’era passione, tanta. Posso dirti che l’Inghilterra è come me la immaginavo, a livello musicale, soprattutto.

Come vedi il panorama indipendente inglese rispetto a quello italiano?
Guarda, in questi anni veramente difficili, nonostante si possa assistere ad un vero e proprio disastro (totale) della discografia, si sono rotti un po’ dei meccanismi, delle strutture che persistevano da troppi anni. C’è più libertà e cose belle ci sono ancora, fatte, soprattutto da chi ci crede ed investe tempo ed amore in quello che fa. Ovviamente il panorama inglese è più dinamico, là proprio cambia la concezione di musicista, cambia anche la mentalità di chi suona. Qui se ti va bene suoni in un buco e ti deprimi, là ti basta salire su un palco per sentirti quasi una rockstar e sognare. C’è una sorta di mito rock’n’roll. Le band inglesi sono così, ti senti un po’ protagonista e un po’ rockstar.

Con quale artista ti sei trovato più a tuo agio sul palco e non? So delle tue collaborazioni con Dente, i Calibro 35, Gianluca De Rubertis e recentemente ho letto anche della tua partecipazione allo Sziget 2013, all’interno della manifestazione collaterale del Puglia Sound.
Guarda, quella dello Sziget è ancora un’incognita perché non ci sono mai stato e non so cosa aspettarmi. Ovviamente sono molto felice di poter collaborare e sarò presente per ben due giorni, sia per rappresentare gli Afterhours che per il mio progetto solista. Sono molto curioso, so che è un grande festival, organizzato molto bene. Comunque per quanto riguarda le collaborazioni c’è da dire che ho avuto la fortuna di lavorare con gli amici, i miei amici più cari, più che con musicisti. Ho partecipato a diverse ospitate, concerti, comparsate, ma non ho mai “fatto un tour con…”, non c’è stata ancora l’occasione. Se dovessi dire un nome su tutti, Enrico Gabrielli che per me è come un fratello, umanamente e musicalmente parlando, poi con Gianluca (De Rubertis) ci sentiamo ogni volta che sono a Firenze e ci si vede. Un grande amico e collega è anche Rodrigo D’Erasmo, oltre a Dente. Ti ripeto, ho avuto la fortuna di lavorare/collaborare con amici. Le mie collaborazioni sono nate tutte dall’amicizia. È stata un collante, una componente fondamentale.

Parliamo un po’ del tuo album d’esordio, Colonna Sonora Originale, uscito nel 2011 che sta avendo tuttora un buon seguito. Mi spieghi un po’ com’è nato e se sei riuscito a trasmettere quello che desideravi?
Posso dirmi soddisfatto al 99%, davvero mi sento molto molto soddisfatto del disco e dell’impatto che ha avuto sul pubblico essendo il mio primo lavoro. È uscito per MArteLabel, un’etichetta indipendente in crescita con cui mi sono trovato veramente bene. Posso dirti che è molto autobiografico e rappresenta un po’ un epitaffio, il mio epitaffio del periodo trascorso in Inghilterra. Molti personaggi sono correlati o intrecciati, ti faccio un esempio: Le Parole – Rivoglio Il Mio Disordine – è scritta da Tim (quello de “Il Tema Di Tim & Tom) e anche la copertina del disco è stata fatta da Lucy, la sorella di Tim. C’è tanto del mio mondo.

Infatti di Colonna Sonora Originale mi è piaciuto molto il fatto che ogni traccia rappresentasse un po’ un mondo a parte e fosse al contempo, molto tua. È bello anche il modo in cui interagisci con il disco, dialogando con i testi e la melodia. È molto personale.
Ti ringrazio, davvero ogni complimento che ricevo è oro. Non mi aspettavo un successo del genere, specie per un album d’esordio. Mi è stato detto quello che mi hai fatto notare tu, ovvero che si senta molto la mia impronta autobiografica anche nel modo in cui “lavoro” le canzoni. È quello che volevo ottenere, un lavoro che mi rispecchiasse e che non stancasse.

La nostra telefonata si conclude per l’imminenza delle prove, ma con la promessa di non perdere il prossimo concerto, perché proprio nella dimensione live Dellera si rigenera e ricrea, elemento cangiante e musicista mai banale, dalle infinite potenzialità, sempre in salita.

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