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  • Démodé: Le Parole Al Vento

    Démodé

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Bandiamo le primedonne

Li aspettavamo al varco, li abbiamo praticamente OBBLIGATI a produrre un LP, ed eccoli, finalmente, i Démodé che ci soddisfano.

Il loro primo EP soprendeva per la freschezza schiacciante su una griglia di rigore classico ma si trattava pur sempre di quattro brani, i Démodé avevano tutto il tempo di sbagliare.
E invece, ecco la copertina turchese e “Le Parole Al Vento”, che – lo hanno già detto tutti – sin dal titolo svela la tendenza dei sei udinesi a prendersi gioco di sé stessi. Di parole, in un disco strumentale, non ce n’è. E non se ne sente il bisogno, considerando l’armonia lavorativa del sestetto: un soviet, praticamente, che lascia a ogni componente la possibilità di comporre il proprio brano.

“Le Parole Al Vento” è una prima prova matura, scanzonata, intelligente, che non disattende gli standard cui il gruppo ci aveva abituati.

Ma di cosa è fatto, “Le Parole Al Vento”? È il giusto incontro di jazz, rock, sperimentalismo folk, minimalismo à la Penguin Cafe Orchestra. I Démodé saltano di tema in tema, si passano il testimone, sfondano le pentatoniche, trasformano i propri brani in suite. Il disco inizia come uno scherzo, si distende nelle parti più melanconiche, poi riparte aggirandosi tra i dintorni di bebop, mazurca, pizzica.
Insomma, l’insieme è ricco, ricchissimo, ma non per questo perde focalizzazione sull’elemento più importante: la propria inconfondibile impronta stilistica. Ognuno dei Démodé (e non è così ovvio, sono in sei, suvvia, sono in tanti) ha la propria voce. Che ne so, magari i Démodé si azzuffano in studio, ma dèi del cielo, per fortuna.

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Contro

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