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Démodé: Vade retrò

Sono stati la rivelazione dell’ultimo Italia Wave, ma hanno poco a che fare con le logiche del mercato.
Fuori moda, non retrò, i Démodé ci vengono consegnati in un pacchetto inconsueto: clarinetto, sax, violino, piano, basso, batteria. Si ispirano ai nomi del passato, ma fanno una musica altamente contemporanea. Scopriamo con loro come sono arrivati a fare la cosa giusta.

Cari Démodé, LoudVision vi dà il benvenuto!
Carin (Kerin) Marzaro: Grazie LoudVision, ecco che quattro démodé si accomodano sul salottino per colloquiar allegramente!

Innanzitutto, presentatevi e ciascuno ci dica di cosa si occupa all’interno della vostra orchestrina, da “clarinetto” a “tiro al piattello”.
Alberto Zenarolla: Batteria, cinefilia, simpatia, conclamato dandismo.
Francesco (Checo) Zanon: Ciao! Sono Checo, suono strumenti ad arco e sono al servizio delle idee dei miei compagni per competenze musicali e qualche modesta ispirazione personale.
Kerin: “Bassi e scarabocchi” è una descrizione essenziale ma sufficientemente esaustiva.
Luca Laruina: Mi occupo del pianoforte, in inverno accendo la stufa dello scantinato in cui proviamo e apro la porta a Tommy (il cane) che non smette di abbaiare finché non ha salutato ogni singolo elemento dei Démodé.

La vostra formazione attuale è recentissima: come siete giunti in così poco tempo alla coesione e all’affiatamento che si sentono nell’EP?
Kerin: In verità i Démodé prima di uscire allo scoperto hanno passato lunghi mesi di fervida creazione e assestamento nel suddetto scantinato. Abbiamo imparato a conoscerci gradualmente, in un percorso che ci ha fatto crescere sia dal punto di vista musicale che – ovviamente – da quello personale, sul piano emotivo e spirituale.
Checo: Ce l’abbiamo fatta? Davvero? Che bello! Per quanto mi riguarda dedico a questo progetto quanto credo di saper far meglio e sono convinto che sei persone libere e determinate come noi possano raggiungere presto anche altri traguardi.
Luca: Ogni singolo elemento ha un personale vissuto di studi musicali alle spalle e la miscela tra questo bagaglio e l’armonia interpersonale (con tutte le sue inevitabili dissonanze) porta dopo una serie di prove ad un assimilazione tale dei brani e a un intesa che nell’EP è solamente un traguardo: il nostro obiettivo è continuare a migliorare.

L’ottima accoglienza che avete avuto anche a grandi eventi come l’Italia Wave è secondo voi dovuta al fatto che il pubblico è ormai abbastanza maturo da accettare progetti “atipici” di questo tipo, o è proprio dovuta al fatto che lo avete preso alla sprovvista?
Luca: L’ascoltatore maturo è quello capace di vibrare e di emozionarsi ed è quindi in grado di apprezzare la musica indipendentemente dalla propria preparazione in solfeggio, armonia, contrappunto, composizione: quando ascolta un brano sa escludere una riduttiva analisi cerebrale e abbandonarsi al flusso di emozioni. Se è vero che siamo stati apprezzati, crediamo sia dovuto al fatto che la nostra musica è genuina e non vuole soddisfare le richieste della moda: se diverte noi, diverte anche l’ascoltatore.
Alberto: I Démodé hanno una veste musicale atipica ma suonano melodie che, forse, appartengono all’ascoltatore più di quanto non facciano ascoltare i canali più mainstream. Probabilmente la risposta è semplicemente questa, mi piacerebbe sapere cosa passa per la testa delle persone che ci apprezzano ma la telepatia non è tra le mie doti!
Checo: Credo che il secolo (i secoli?) scorso abbia lasciato in tutti noi tante tracce che i Démodé rileggono con un linguaggio nuovo e comprensibile a tutti. La voglia di raccontarci nel breve tempo di un nostro brano senza perdere le singole personalità ha fatto il resto.

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Passiamo al processo di scrittura, ovvero come nascono le vostre canzoni. Chi decide cosa, nella band? Come vengono proposte le idee, a qualcuno spetta di filtrarle? È di comune accordo che siete giunti ad essere dei “démodé”? Perdonatemi, sono molte domande per una sola domanda.
Kerin: Non c’è un percorso lineare. “Il Teatro dei Gatti”, ad esempio, è il primo brano che abbiamo composto durante le nostre primissime prove – era la fine dell’estate 2005 – nata da un’improvvisazione ma da subito definita nei contenuti. Altri brani, come “Tristeza” o “Unobanana” (l’ultima canzone aggiunta in repertorio) hanno avuto gestazione più lunga, necessitando un lungo lavoro di arrangiamento.
Luca: Anche nel processo creativo c’è una mescolanza ed una sinergia di elementi; le decisioni sono come la risultante vettoriale di sei forze differenti. Se vogliamo scendere nei dettagli, però, ognuno ha le sue peculiarità: Claudio è una fonte inesauribile di creatività e di invenzione melodica anche nell’improvvisazione; Checo ha la capacità e la fermezza di dirigere ed una sensibilità particolare per il contrappunto; Alberto, di derivazione jazz, oltre che trovare sempre il ritmo giusto sa dare soluzioni armoniche innovative e consigli per l’improvvisazione; Lucia ha il dono d’essere critica anche quando è difficile ammettere i difetti di un brano e sa creare un suono unico; Kerin si distingue per l’abilità di portare avanti il gruppo e la capacità di esaltare tutti i multipli armonici delle sue note basse.
Kerin: … Luca, invece, oltre ad essere un gran cabarettista e un mago provetto, è un eccellente arrangiatore e piazzatore di accordi coloratissimi a tradimento!
Checo: Ogni brano è imprescindibilmente sottoposto alle critiche di tutti: solo così possiamo divertirci davvero quando suoniamo.
Kerin: Per quanto riguarda l’essere Démodé mai aggettivo fu più appropriato. Siamo degli inguaribili svampiti fuori dal tempo e dalle voghe!

Uno degli elementi che sembrano caratterizzarvi di più è l’indole, se si può dire, do it yourself, dall’autoproduzione alla cura della grafica: quanto peso ha questo sulle vostre scelte? Quanta libertà vi lascia effettivamente?
Luca: Il fatto di aver realizzato il primo EP a nostre spese e di essere autori anche della grafica ci ha lasciato una libertà quasi totale… “quasi” perché comunque certe scelte sono state vincolate dal budget.
Checo: Démodé non sia retrò… detto questo: della grafica si occupa Kerin; altro? GRAZIE Kerin!
Kerin: Per una band che sbuca dal nulla, senza mezzo aggancio con etichette, uffici stampa, giornalisti o amici “giusti” non c’è altra via se non il DIY!
La fatica e l’impegno sono enormi e costanti, spesso il tempo da dedicare al gruppo va per forza ritagliato nelle stanche sere dopo il lavoro e gli impegni. Fortunatamente la dedizione e la qualità pagano e i tantissimi apprezzamenti sono la migliore ricompensa al sonno tolto e ai momenti di grigiore che spesso compaiono come nuvolette sulle nostre testoline.

Quali sono le vostre influenze come ensemble? E quelle personali?
Luca: Come ensemble non abbiamo influenze generalizzate ma ognuno ha i suoi idoli cui votarsi, e sono molti. Personalmente penso che ne verrebbe fuori un elenco di Grandi Musicisti.
Alberto: Come band siamo molto influenzati dalla musica barocca, classica, balcanica e yiddish solo per citarne alcune; ultimamente ci hanno spesso etichettato anche con accezioni più jazz. Personalmente, sono un divoratore di jazz moderno e di qualsiasi tipo di avanguardia.
Checo: Tendo ad ascoltare di tutto. La formazione accademica si sente nel mio modo di fare musica, ma se vi può dare un’idea di quello che penso vi dico che Vivaldi è stato il primo Grande Metallaro della storia e che Bach era un Jazzista dentro.
Kerin: Sono cresciuta a suon di rhythm’n’blues, fusion, jazz e bossa grazie ad un babbo sassofonista; ho in seguito sprigionato un particolare amore per il funk, l’alt rock e il metal, lo stoner, la psichedelia e gli anni ’70 in senso ampio.

Senza il cantante, come faranno le ragazzine ai concerti a sapere verso che lato del palco devono urlare?
Checo: Gli strumenti servono a superare i limiti della voce, veniteci a sentire dal vivo!
Alberto: Potremmo fingere di cantare.
Kerin: Invertiremo i ruoli e sarà il gruppo ad urlare apprezzamenti al pubblico. Oppure ci portiamo dietro Tommy come frontman.

Salutiamo i Démodé con l’augurio che continuino ad essere fuori moda in questa maniera ancora a lungo.

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