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Dente: Il tempo e le attese, la musica secondo Dente

Lui è un professionista del gioco delle parole. Il parmigiano prestato all’indie nazionale che nasce Giuseppe Peveri e si reinventa Dente.

Del disco se ne è scritto in tutte le salse. Il faccione da copertina si è moltiplicato. Dunque l’unico mistero resta il live. Come sarà la prossima data del tour di Dente? “Io Tra Di Noi” come suona sul palco?

La chiacchierata di seguito servirà a curiosare un po’.

Proviamo a fare un’intervista senza mai nominare Mogol, né Battisti. Ok?
Sarebbe veramente molto bello.

Intanto ti chiedo per un istante di cambiare mestiere e provare a inventare una pubblicità per il concerto di Dente. Una sorta di ‘accattatevillo’.
Molto difficile questo. Non sono mai stato bravo a dire dai, venite a vedermi suonare o a promuovermi. Potrei descrivere un mio concerto, ma senza indurre in tentazione. Proprio non sarebbe il mio mestiere, insomma.

Non stai al gioco, dunque. Bene, allora raccontaci del tuo tour. Cosa dobbiamo aspettarci?
Nel nuovo live propongo quasi tutto l’ultimo disco, ma ci sono anche tante cose vecchie. Ma che nessuno si preoccupi, abbiamo lasciato un po’ di materiale a casa per non far sì che il concerto duri cinque ore.
La scenografia è una cosa quasi empirica, ovvero alle mie spalle ci saranno delle diapositive con fotografie di piccoli oggetti fatte da me. Potrebbero far veramente schifo, ma almeno non sono delle immagini digitali e non compare nessuna scritta, sai come quelle cose un po’ moderne. Volevamo una microscenografia e mi sono inventato questa cosa. Nessun effetto moderno, ma piccoli oggetti che fanno fatica resistere.

L’aggettivo moderno non ti piace?
Utilizzo tutti gli oggetti che la tecnologia di oggi mi mette a disposizione, però sono affascinato dal passato, dai periodi in cui si facevano le cose a mano. È la questione tempo che mi ammalia.
Sai, facevo fotografia. Avevo dei tempi, delle attese, prima gli scatti poi la camera oscura. Ed erano attese molto belle, così dovrebbe essere per la musica.
Il mio sogno è registrare un disco senza computer. Senza l’ormai onnipresente schermo in studio. Sarebbe un modo per meterci più attenzione nelle cose che si fanno. Non pensare di aggiustarle dopo, ma farle bene al momento. È un’idea che secondo me accomuna la fotografia alla musica.

I tuoi dischi restano comunque dei lavori puliti.
Non dico che bisogna essere sporchi, ma in alcuni dischi del passato, ad esempio, ci sono degli errori e dei messaggi che ora non si potrebbero più fare.
“L’amore non è bello” l’ho registrato in analogico a casa mia, ma poi è stato riarrangiato. Devi sempre seguire un computer, bisogna usare vista e udito. Ecco, a me piacerebbe utilizzare solo l’orecchio.

Sarà un sogno realizzabile?
Spero di sì. Ho già dei brani per il prossimo album e mi auguro tra un annetto sia possibile dargli vita. Non so se ci sarà la possibilità di realizzare questo desiderio: oggi ci si chiude in studio e in quindici giorni il disco è pronto. Per quello che voglio fare io occorre molto più tempo. Staremo a vedere.

A proposito di tempi, attese e modernità: il tour prevede una data in un centro commerciale, il prossimo 16 marzo, vicino Caserta. Non ti spaventa suonare in un posto che ha 7000 posti auto a disposizione?
Non posso dire che lo trovo orrendo, vero? Quando l’ho saputo ho chiamato immediatamente la mia agenzia che però mi ha riassicurato spiegandomi il progetto che intende reinventare gli spazi grazie alla musica. Per come la vedo io, preferisco un locale piccolo e fumoso, non gente che passa di lì con le buste della spesa.
Anche suonare nei circuiti FNAC è abbastanza terribile, ti accorgi di una deficienza diffusa. Quando abbiamo suonato a Roma era domenica e abbiamo impiegato ore per trovare parcheggio. Davvero mi è passato uno dinanzi col fustino della lavatrice! Comunque, ho suonato in posti altrettanto alienanti, tipo gli aperitivi milanesi.

Qui, fidati, il parcheggio è garantito.
Be’, almeno questo.

Insomma, ritorniamo all’essenza del live. Cosa cambia rispetto alle date passate?
La band resta la stessa, solo l’uso delle tastiere cambia un po’ ad ogni tour. La differenza è negli arrangiamenti, anche se cerco di non stravolgere mai i brani da come sono sul disco. Forse vado a discapito della (mia) noia, ma la gente vuole ascoltare quello che trova nell’album.

Giuseppe, l’ascoltatore, non si è ancora annoiato?
Per ora non ancora, ma son stato fermo un anno. Alla fine del tour precedente durato due anni ero davvero stanco e stomacato. Ma ci sta tutto.
[PAGEBREAK] E per non annoiarsi anche i nuovi progetti fanno bene. Cosa ci dici dell’esperienza con Ruggeri?
È stata una bella esperienza. Non sono un amante delle cover, anche se ne avevo già fatta qualcuna a modo mio, come “Pensiero Stupendo”, “La Bambola” o “Guarda Che Luna”. Quando Ruggeri mi ha proposto di partecipare al suo progetto sono stato un po’ titubante, ma conoscevo bene il pezzo – “Pernod” – e l’intero disco che la conteneva. Credo sia venuta fuori una cosa interessante, ho appena ascoltato l’intero album con le altre cover.

La metafora del passaggio di testimone da un’epoca all’altra della musica italiana mi sembra una cosa bella.
Lo è, davvero. Lui ha lavorato tanto in televisione e non è visto come cantautore a tutti gli effetti. Non si pensa a Ruggeri come si pensa a De Gregori, benché anche Enrico abbia scritto canzoni meravigliose.

Il tuo avvicinamento alla musica più giovane, invece, è stata la collaborazione con Marco Mengoni. Com’è nato l’incontro?
Mi ha contattato lui, proponendomi un pezzo di Paolo Nutini in inglese. Quando mi ha chiesto di scrivere un brano per il suo nuovo album ho subito risposto non sono capace, ma poi ci ho provato lo stesso. L’ho fatto perché le musiche mi piacevano, ma non è stato un lavoro di traduzione, ho completamente evitato le parole di Nutini.

Che ne pensi del Mengoni?
Lui ha delle capacità vocali pazzesche. Trovo sia sprecato lasciare che un talento del genere segua l’onda televisiva. Quest’anno ha avuto coraggio a non partecipare a Sanremo, ma a mio parere dovrebbe uscire da certi schemi. È molto bravo.

Dunque appartieni alla scuola di musicisti che disprezzano la tv?
Se domani mi proponessero di andare in tv con un mio pezzo, lo farei. Quello che non vorrei mai è apparire nel piccolo schermo con qualcosa che non mi appartiene.
Qualcuno poi mi direbbe che non gli piaccio più: un ragionamento stupido che trovo però naturale. Perché, quando ti accorgi che prima eravate in cinque o sei a seguire un artista e poi siete in duecento ai concerti, ti scatta qualcosa che ti fa quasi pensare al tuo artista preferito come segreto. In realtà il passaparola ancora esiste e ne sono ben felice.

Strana razza quella dei fan. Hanno tutti bisogno di un idolo da poster, e magari è giusto così.
Strana razza gli esseri umani. E chissà se è sempre stato così, se anche nel Seicento ad esempio qualcuno era fan di qualcun altro. Di chi poi? Te la immagini l’attesa per l’ultimo disco del re?

Storicamente non immagino l’attesa, ma lo trovo un ottimo titolo per un film. A proposito di (prei)storia, il 14 febbraio inizia Sanremo. Lo guarderai?
Sono un po’ di anni che torno a vedere la kermesse, ma non per piacere, piuttosto per vedere se le cose cambiano, se qualcosa si muove. Ma mi pare ci siano sempre i soliti mostri.

Dai, manca addirittura Al Bano.
Ma speriamo non torni mai più. Quest’anno la mia curiosità è per i Marlene Kuntz, vedremo un po’ cosa porteranno nella terra dei fiori. E poi l’appuntamento con la Bertè e D’Alessio è irrinunciabile.

L’intento era quello di aumentare l’appetito. Non sarete mica già sazi?

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