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Dentro la composizione

Si tratta di un anno particolare per Giorgio Giampà. Il giovane compositore romano, autore delle musiche originali del documentario di Paola Sangiovanni “Ragazze… La Vita Trema”, presentato alla 66ma Mostra del Cinema di Venezia, ha accompagnato il film anche a Sulmonacinema. È qui che il film ha vinto non un solo poeta di lingua latina, ma ben tre Ovidio d’Argento: miglior film, migliore interpretazione femminile, e miglior colonna sonora.
Giorgio Giampà ci ha raccontato il lavoro di composizione in seguito al quale ha ottenuto questo riconoscimento.

Tu vieni da una internazionale esperienza con le band e, come è stato appurato, dallo sfasciare camere d’albergo con racchette da sci. Quanto è diverso l’approccio alla composizione quando si tratta di musica per film?
Per sfasciare le camere d’albergo bisogna prima che qualcuno te le paghi e penso mi sia successo una sola volta in una decade di avere avuto un albergo per dormire. E ho anche rifatto il letto la mattina dopo, in quell’occasione. Di solito si finiva in posti abbastanza assurdi: ex manicomi, ex carceri, case di persone assurde con cani e gatti assurdi… Ma questa è un’altra storia.
La scrittura di musica per un film è ovviamente molto diversa da quella di musica per una band. Intanto c’è colui che tutto governa: il film (con il suo autore alle spalle). Lui ti impone i suoi colori, i suoi tempi e le sue emozioni e tu a lui devi riferirti. Il mio passato da “rocker” mi torna comunque molto utile, mi ha abituato a lavorare in condizioni complesse, al limite dell’impossibile, cose che nessuna accademia ti insegna.

Come strutturi il tuo lavoro sulle immagini? In che punto di questo processo decidi che strumenti e che tipo di stile far prevalere?
Il modo di lavorare mi sembra sia diverso a seconda dei casi. A volte il film ancora non c’è, c’è la sceneggiatura. Leggendo o guardando mi sembra di cercare di pensare il meno possibile e aspettare che l’idea venga da sé. L’atmosfera, i colori, gli spazi e il ritmo dei dialoghi che leggi o vedi ti fanno venire in mente magari uno strumento, un modo di suonarlo. La questione sta nel capire ed entrare in relazione con chi ha scritto e ha girato, con quello che ha scritto e girato.

In casi come quello in cui ti trovi ad aver soltanto la sceneggiatura in mano, quanto riesci a intuire del “prodotto finito”?
Più l’idea è forte, più la sceneggiatura è scritta bene e più si può “vedere”. In questo momento sto lavorando ad un corto tedesco: la sua autrice, Melanie Pieper, ha scritto così bene la sceneggiatura che io da lì sono riuscito ad immaginare molto, a scegliere di utilizzare una chitarra e a scrivere un tema che si è rivelato “accordato” con le immagini che sono arrivate poi. Lei ne è stata molto contenta, io anche.

Passando a “Ragazze… La Vita Trema”, come è stata l’esperienza del primo lungo?
Non potevo chiedere di meglio: le persone con cui mi sono trovato a lavorare sono state di una gentilezza e di una bellezza infinita, il che è sempre di grande aiuto. L’andare alla Mostra del Cinema di Venezia e tutti gli altri risultati, poi, mi hanno ovviamente fatto un piacere enorme.

Quanta discussione preliminare c’è stata con la regista, Paola Sangiovanni? Sapevi già con precisione quali brani non originali sarebbero stati inseriti o hai lavorato su un piano prettamente visivo?
Il mio lavoro è iniziato in fase di montaggio ed ha preso il via dalle spiegazioni di Paola su quella che era la sua idea, un’idea forte e precisa che mi ha indirizzato verso il senso che poi è stato quello definitivo. I brani di repertorio sono farina del sacco di Paola, che ha fatto delle scelte magnifiche.
Io penso di essermi dovuto relazionare ad un piano diverso, quello più intimo e personale che forse ha coinciso più con il repertorio delle immagini che con quello delle musiche.

In effetti il tuo lavoro sulle musiche è molto coeso, non solo per quanto riguarda la continuità con le canzoni dell’epoca, ma anche e soprattutto con le immagini. Quanto, del periodo di cui tratta, hai potuto assorbire dal film? Hai fatto “ricerca” con determinati ascolti o hai seguito un percorso indipendente?
Ti ringrazio molto, mi fai un grande complimento; l’unità, la coesione sono due cose che reputo tra le più importanti in un lavoro, di qualsiasi natura esso sia. Effettivamente un po’ di ricerca l’ho fatta ma non di natura musicale e non riferita solamente al periodo del film. Ho letto molto, invece, libri magnifici di rivoluzionarie come “Largo all’Eros Alato” di Aleksandra Kollontaj o “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” di Olympe de Gouges. Non so spiegarti come, ma tutto ciò mi è molto servito.

Siete appena reduci (pluripremiati) dall’esperienza di Sulmona. Che atmosfera hai trovato? Pensi che manifestazioni come questa riescano a dare spazio ai giovani?

Esperienza magnifica e non solo per i premi. Ho trovato un rispetto per il lavoro di tutti che mi ha veramente fatto piacere. Credo che lo spazio per i giovani sia totale a partire dalla giuria composta da studenti e neo ex-studenti delle scuole di cinema per proseguire con gli autori dei film e con gli organizzatori, tutti molto giovani.

Recentemente che cosa hai ascoltato di interessante al cinema?
Al festival di Torino ho molto apprezzato la colonna sonora di “The Cambodian Room” composta da Nicola Tescari e Chris Tsoupas. A Venezia sono rimasto folgorato dalla colonna sonora di Plastic Bag (voce narrante Werner “iguana” Herzog) di un tale Kjartan Sveinsson, che suona in una “piccola” band, i Sigur Rós. Al festival di Roma invece per me ha vinto una band de L’Aquila, i Vegas: nonostante la sala prove fosse crollata durante il terremoto di aprile, hanno trovato la forza e la passione per fare una colonna sonora stupenda per il bellissimo documentario “L’Aquila Bella Mé”

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