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  • Depeche Mode: Playing The Angel

    Depeche Mode

    Data di uscita: 18-10-2005

    Loudvision:
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Ritorno di pregio, privilegio di pochi eletti

Gore, Gahan e Fletcher si ritrovano in studio dopo la bravata commerciale “Exciter”, del 2001… Ed è un ritorno agli antichi fasti, non c’è che dire. Non a caso la citazione recente più frequentemente riportata di Dave Gahan è che essere nei Depeche Mode non è mai stato, negli ultimi quindici anni, così bello come adesso. Provate quindi ad associare, nella vostra mente, le sonorità di “Violator”, album a cui si avvicina per statura e per l’uso introspettivo e drammatico dell’elettronica, allo spirito dark di “Ultra”; immaginatevi poi, una materia-brani che spesso trascenda in atmosfera pura, destrutturando le canzoni a favore d’un più alto bersaglio emotivo; costruitevi infine, un’idea d’electro-ambient artisticamente fruibile e sofisticatissimo sotto ogni punto di vista: avrete in tal modo una, per quanto vaga, descrizione di “Playing The Angel”, ultimo capolavoro dei Depeche Mode.
L’ambizione rende quest’album forse, perlomeno di primo acchito, un po’ meno orecchiabile del solito… Ma l’anima vi si abitua in fretta, e già al secondo ascolto si dimostra permeabile a quell’elettronica tanto familiare ai cultori, eppure sempre così elegante e misurata; alle linee vocali suadenti, calde ed impeccabili del Frontman; a chitarre il cui minimalismo si rivela, come sempre, direttamente proporzionale all’efficacia; a quei richiami lontani al triste rock-blues. Un equilibrio proprio soltanto d’un buon gusto naturale associato ad un’esperienza ormai più che ventennale; un risultato perfetto tanto nella forma, armoniosa e solida, quanto nel contenuto, profondamente intimistico. “A Pain That I’m Used To” attacca con un’accattivante intro che si stempera in una manierata base elettronica, dove minimali arpeggi di chitarra dipingono nel pezzo tinte di disinvolta nostalgia, mentre il ritornello più elettrico dà quell’incisività rock che è l’altro marchio di fabbrica del terzetto di Basildon.[PAGEBREAK]Richiami dei mood di “Personal Jesus” popolano “John The Revelator”, a metà tra un anthem ed un tormentone, dalle carismatiche linee vocali che spingono insieme al groove accattivante della ritmica. Sin dal singolo “Precious”, s’erano avute avvisaglie riguardo cosa aspettarsi, data la somiglianza con “Enjoy The Silence”, di cui replica il meraviglioso gusto per una sottilmente travolgente, intensa melodia notturna. La somiglianza con lo storico singolo di “Violator” è tanto evidente da far pensare ad una cosciente citazione di sé; quando uscì il singolo avevo temuto però, la tipica, sterile formula “d’anzianità artistica”: ripetersi e deludere/convincere. Fortunatamente, questa nuova tendenza evocativa che tanto valore dà ad ogni singolo suono, reiterato in maniera ipnotica ed ossessiva, protratto ed/od isolato nello spazio-tempo, diviene quella ventata di freschezza nella generale claustrofobia del mercato musicale, la chiave di (s)volta. Canzoni come “Macrovision” appartengono a quella serie di esempi miliari che uniscono riflessività ed ipnotiche sequenze di arpeggi e loop elettronici, mentre “I Want It All” con i riverberi continui dei suoi dolci suoni stempera un’atmosfera soft e gentile. Tracce di futurismo si rinvengono in “Damaged People”, di smaliziata vena alternative-dance, invece, in “Lilian”, con linee vocali sinuose ad accarezzare l’oggetto femminile del brano. Più che mai pregno d’ottime idee, di minimalismo ben arrangiato, di coraggiose composizioni senza mai approdare all’easy o a qualcosa di scontato, “Playing The Angel” chiude con “The Darkest Star”, un notturno elettronico senza eguali, in grado d’eclissare persino lenti intimisti come “One Caress” e “Judas”.
Il Trio, è ancora in grado di stupire.

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