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  • Despairation: A Requiem In Winter’s Hue

    Despairation

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Tinte calde invernali

I teutonici Despairation sono arrivati silenziosamente al quinto studio album: “A Requiem In Winter’s Hue”, che raccoglie tutte le influenze dei quattro musicisti. Dal rock progressivo fino al pop e all’alternative. Dagli anni ’60 a oggi soffermandosi con attenzione su tutto ciò che sta in mezzo.
Le undici tracce che compongono il disco sono tenute insieme dal tema del distacco e dalla melodia come assoluta protagonista, intorno alla quale, pacatamente, ogni strumento dice la sua. E così, un motivo affidato ora al pianoforte, ora alle testiere o alla chitarra, è adagiato su una solida base arricchita, spesso, da effetti elettronici. Come ad esempio accade su “Kiss Of Ashes “, brano di apertura. Tuttavia, la stessa cura dedicata alla ricerca melodica e sonora, non è stata applicata, che sia di proposito o meno, alla ricerca di dinamicità dei brani. Che, per questo motivo, potrebbero spesso durare come minimo la metà del tempo. A parte questo dettaglio, al quale ognuno deciderà quanto peso dare, la voce intrisa di carica emotiva, un po’ alla Robert Smith (The Cure) e un po’ alla David Gahan (Depeche Mode), ma sempre uguale, soprattutto, a se stessa, convince. Il che è a dir poco fondamentale. La poliedrica visione musicale e l’ormai lunga esperienza – sono in giro dal 1998 – riescono a unire con discreta maestria accattivanti melodie a finezze che provengono dal jazz. Il quale, sempre ben dosato, non risulta mai sfoggio. Piuttosto, un fluido legante tra i diversi strati che compongono i brani (una tra tante “The One Who Ceased To Brathe”) o generatore di contrasti agrodolci (l’atmosfera funkeggiante delle strofe rotta della decadenza-post-grunge del ritornello su “Cathartic Revelation”). La stessa poliedricità si percepisce nei violini di “Letters From A Coffin” e “Humanity”, tra le poche heavy, questa, presenti nel disco. E se la dinamica interna dei brani, dicevamo, non sempre è curata nel modo giusto, lo è invece quella del disco: più ci si avvicina a “Inner Peace”, ultima traccia, e più la pace, in realtà, abbandona la scena.
“A Requiem In Winter’s Hue” ha bisogno del suo tempo, per essere ascoltato. E riascoltato. Per cogliere tutto. Perché senza la visione d’insieme, i dettagli sono privi di valore.

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