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Destiny is calling me

Sembra esserci lo zampino del destino quando a Brandon Richard Flowers vengono regalati i biglietti per il concerto degli Oasis al Joint Club nel maggio del 2001. Anche se il concerto è sul punto di finire, bastano le ultime tre canzoni per convincerlo che è quella la strada da percorrere: creare una rock band.

Sembra di nuovo metterci lo zampino quando, nel 2002, fa incontrare Flowers con il chitarrista Dave Brent Keuning, che aveva messo un annuncio nella rubrica Musicians Wanted: «Fu l’unica persona normale a rispondere al mio annuncio, tra tutti i folli che si erano presentati a casa mia». O forse, più che il destino, è solo la testardaggine di Flowers il quale, nonostante trovi il telefono sempre occupato, continua a provare finché Keuning non stacca finalmente internet, lasciando così la linea telefonica libera.
Ad accomunarli è la passione per un tipo di musica in controtendenza in una Las Vegas nella quale la maggior parte delle band sono metallare, country o hip hop. Al contrario, le loro influenze sono per lo più inglesi: Beatles, Queen, Radiohead, Morrissey/Smiths, Depeche Mode, The Cure, David Bowie, Pet Shop Boys (oltre a Sigur Rós e Foo Fighters).

Sembra ancora intrufolarsi il destino in questa storia quando, nonostante Flowers abbia un brutto presentimento, va comunque al solito pub e vede la sua ragazza con un altro, così da dover sfogare la sua gelosia scrivendo, assieme a Keuning, quella che sarà la hit dei futuri Killers sempre presente ad ogni concerto: “Mr. Brightside”.

Insieme i due, guardando il video di “Crystal” dei New Order, decidono di usare il nome della band fittizia del video, The Killers, proprio perché band perfetta sotto ogni aspetto: talento, giovinezza e look.

Ma al contrario di quello che si può pensare viste tutte le intrusioni del destino, la band non ha avuto la strada spianata. Proprio a causa dei loro gusti musicali e del fatto che suonavano molto 80′s, divergendo decisamente dalla scena musicale locale, erano visti come delle mosche bianche: «Era difficile all’inizio perché nessuno sapeva chi eravamo. Noi suonavamo con altre band metal e il loro pubblico non sapeva proprio che pensare di noi».
Per non parlare del fatto che Flowers fosse spesso fuori chiave quando cantava e che durante le performance live ci fossero spesso dei problemi tecnici.
E sebbene non attirassero l’attenzione di molti, gli altri due componenti che avrebbero dato vita alla formazione attuale dei Killers, Ronnie Vannucci Jr. e il talentuoso chitarrista Mark August Stoemer, vengono attratti proprio dalle loro canzoni, nelle quali percepivano una particolare magia.

Un altro a sentire questa magia è l’agente della Warner Bros Records Branden Merrick, che decide di diventare il loro manager e di aiutarli nonostante la sua etichetta non sia interessata alla band. Visto che l’America sembra proprio non volerli, nonostante la critica musicale si sia accorta di loro, Merrick (che poi creerà problemi alla band perché non in regola) li porta a Londra e fa avere la demo registrata con Jeff Salzman all’etichetta indie inglese Lizard King Records, che li scrittura subito, nel luglio del 2003.
Il 19 agosto esce il singolo “Mr. Brightside” e in settembre un Ep di 4 canzoni: “Mr. Brightside”, “On Top”, “Who let you go”, “Smile like you mean it”.
Ha inizio una serie di concerti nei pub londinesi di Camden e di apparizioni come supporter ad altre band indie. I Killers ottengono così anche l’attenzione di una major, la Island Records, che li scrittura sempre nel 2003.

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Con l’uscita nel 2004 del loro debut album “Hot Fuss” (Island Records, prodotto da Jeff Salzman) inizia la loro ascesa. Ormai li aspetta un successo dietro l’altro. E diventa evidente la loro preferenza per i festival, dove possono confrontarsi con un pubblico più vario: «Noi siamo aperti verso gente nuova. […] La verità è che non vogliamo attrarre solo un certo tipo di persone. Più sono, meglio è.» (Brandon Flowers, Clash, 12-2008)

La loro comparsa sulla scena musicale del periodo li accomuna alle sorti di Strokes e White Stripes. Queste band avevano cominciato a movimentare un panorama abbastanza statico che aveva visto la fine del Britpop (fine anni ’90), il quale era nato anche per contrastare l’imperante grunge. Riuscendoci. Era l’America ora, infatti, ad essere influenzata dalla British music. Ed i Killers rappresentano, di questa influenza, la parte più elettronica e rock-dance insieme. Almeno nel loro album di debutto.

Le cose cambiano con il secondo album, che sfoggia un rock più americano: «È stato molto calcolato. Penso che volessi provare a me stesso che in realtà ero americano. Perciò credo fosse una reazione a tutta la negatività lanciata sull’America, capisci?, anche la musica che stavamo ascoltando lo ha influenzato [l'album Sam's Town], ma c’è ancora parecchia inglesità nell’album». E al nuovo sound, i Killers affiancano anche un nuovo look da cowboy.

Sorprendono di nuovo con il terzo album, più pop melodico, dimostrando di essere capaci di reinventarsi ogni volta, senza ripetersi mai: «Penso e spero che molti dei nostri fan si aspettino un cambiamento. È molto emozionante per noi, in realtà, abbracciare qualcosa di nuovo. Alla fine siamo sempre noi – sai, io che canto e Ronnie che suona la batteria… Sono ancora The Killers. Ma penso sarebbe insolente aspettarsi che non cambiamo. Sarebbe così noioso non provare ad evolvere. Intendo dire che c’è così tanta musica là fuori, e così tanta roba che viene fatta e ci chiede di influenzarci. Non possiamo evitarlo ma solo assecondarlo».

Quello che li rende unici, e con uno stile ben riconoscibile nonostante le diverse mutazioni, è proprio quella brillante ed elettrizzante energia, ben rappresentata dalla mania per lustrini e stravaganze che ricordano le loro radici glam. Kitsch… decisamente! ma ci piacciono così: imprevedibili e sorprendenti.

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