Home > Recensioni > Deux Jours, Une Nuit

Non deludono mai i fratelli Dardenne. Vinsero qui a Cannes con il loro secondo film, “Rosetta”, e il Presidente di giuria era David Cronenberg. Ora sono tutti qui di nuovo, magari risuccede. I fratelloni provenienti dal Belgio prendono in mano la fiaccola della consapevolezza di classe marxista da Ken Loach (un altro che qui a Cannes attendiamo con ansia), ci aggiungono una purezza e una semplicità di sguardo presi direttamente dal neorealismo desichiano e realizzano un’altra opera praticamente perfetta.

Ma attenzione, i Dardenne hanno ormai uno stile proprio, che negli ultimi film hanno un po’ addolcito a uso e consumo di un pubblico più vasto, meno macchina a mano, campi medi invece dell’ossessivo pedinamento del personaggio principale. Ma va bene così. Questo “Deux jours, une nuit” deve essere visto da più gente possibile, perché ha tanto da insegnare e da farci ricordare, soprattutto ai parolai del terzo millennio che vogliono vendervi la balla che le ideologie sono una cosa ammuffita, antica, novecentesca.

Una fantastica Marion Cotillard (se la gioca con Julianne Moore per la Palma, finora) s’immerge completamente nel personaggio di Sandra, operaia messa di fronte a una scelta terrificante, crudele quanto solo la logica neocapitalistica sa essere: il lunedì mattina i suoi compagni di lavoro voteranno se ricevere un aumento di stipendio, un “bonus”, o se salvare il suo posto di lavoro. Dopo l’iniziale smarrimento, Sandra si fa animo. C’è tutto il weekend a disposizione per andare a trovare i colleghi a casa, uno per uno, nemmeno a cercare di convincerli, soltanto a chiedere le loro intenzioni. Sono in sedici, servono nove voti a favore.

Non è specificato il luogo in cui ci troviamo, e non deve esserlo: una periferia qualunque di una qualunque città europea, vicenda quanto mai universale. Ogni casa, ogni famiglia dei colleghi è un ritratto, un campionario di disagi, di problemi, ma anche di fiera dignità, di squarci di solidarietà di classe. I Dardenne usano il mezzo cinematografico con una perfezione miracolosa, soprattutto sul piano emotivo: si veda l’uso della musica, presente in due soli momenti diegetici, dall’autoradio di una macchina, titoli di testa e di coda compresi. Sul gioioso canto in auto di tre persone che per un minuto dimenticano i loro immensi problemi quotidiani, gli occhi del vostro recensore si riempiono di lacrime.

Hanno addolcito il loro stile, e per questo nella valutazione rimangono un gradino sotto ad altri, ma se Jean-Pierre e Luc Dardenne dovessero vincere la Palma sarei il primo ad esultare cantando a squarciagola l’Internazionale sulla terrazza della sala stampa del Palais di Cannes. Un concentrato di puro cinema, novanta minuti, secchi, intensi, senza sbavature. Applausi scroscianti alla proiezione stampa, che non accennavano più a smettere.

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