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Deviazioni obbligatorie

Un basso ferreo e inarrestabile, una batteria che impone percorsi impervi, una chitarra che graffia, strappa e riparte da capo, una voce che vola a qualunque altitudine senza perdere un colpo: ecco un campionario di considerazioni fredde e vuote, per quanto inevitabili.
Perché tentare di trasmettere l’impatto live degli Uzeda attraverso metafore, dissezione degli elementi e cerebralismi assortiti ci allontanerebbe dal punto focale di una proposta sonora che nulla ha a che fare con intenti sperimentali pianificati a tavolino o con tecnicismi scolastici, ed enfatizzandone la stranezza ne tradiremmo il senso: le canzoni sono così perché è necessario che siano così, probabilmente sono complicate e oblique perché non è affatto detto che le emozioni umane siano sempre incasellabili in un 4/4, in una melodia evidente, in un ritornello.
Fa caldo al Garage, anche in senso figurato: un pubblico anagraficamente variegato si assiepa davanti al palco bassissimo e accoglie con rispetto e attesa i veterani catanesi; passano vari secondi prima che il DJ si accorga che gli Uzeda sono pronti. Quando finalmente la musica sfuma i quattro attaccano con la quasi-lineare “What I Meant When I Called Your Name”, mettendo in mostra da subito l’energia che possiamo aspettarci dall’esibizione. Durante la prima metà viene privilegiato “Stella”, disco che ha segnato il ritorno della band sulle scene dopo uno iato di 8 anni: “Time Below Zero”, fragilmente ipnotica, e “Gold”, intensissima e trascinante, sono tra gli highlight della serata. Man mano che i brani si susseguono il quartetto si abbandona, mette a frutto l’affiatamento accumulato nel corso degli anni e prende possesso del palco stregando l’audience: Raffaele ha nello sguardo e nella postura una determinazione rocciosa che rispecchia pienamente i giri precisissimi che produce; la mimica e il trasporto di Agostino sono l’esatta controparte di uno stile chitarristico inquieto ed estremamente vario; se la batteria di Davide fosse viva non potrebbe schivare neanche uno dei colpi che questi le infligge con fine violenza; la voce di Giovanna si erge sopra, si nasconde dentro, si propaga attraverso. I quattro elementi si fondono in una complementarietà sonora indistricabile, quasi si trattasse di una grande band settantiana intossicata da contorsioni no-wave.
Nell’ora e mezza scarsa di concerto non mancano ampi estratti dalla discografia precedente, ricordiamo ad esempio “Stomp” e “Sleep Deeper”; la conclusione, dopo una breve pausa per il bis, è affidata addirittura a “Save My Snakes”, brano del 1993, qui riproposta in una versione scarna, brutale e monolitica. Giovanna ringrazia sentitamente tra gli applausi del pubblico.
Si va a casa senza tappa al banchetto del merchandise (che non esiste), visto che, come vuole il verbo albiniano, i dischi si comprano al negozio e il concerto è un’altra cosa. A questo punto, a due anni da “Stella”, sarebbe bello se gli Uzeda ne facessero uno nuovo in tempi brevi.
Monumenti? No, non sono abbastanza statici. Prodotto D.O.C.G.? Ci potrebbe stare. Ma forse sarebbe ancora meglio averli come zii: i pranzi di Natale non sarebbero mai noiosi.

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