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    Devotion

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Il nu metal non muore?

L’alternative metal (o come diavolo si chiama) è un po’ come il baseball, una di quelle trovate a stelle e strisce al 100% che qui da noi non hanno molte occasioni di attecchire a causa di tenaci diversità nel comune sentire. Se questo, ogni tanto, fa tirare a molti un sospiro di sollievo, non sono pochi quelli che provano comunque ad applicarsi, sia nel baseball che nell’alternative metal (o come diavolo si chiama).

È il caso quindi di considerare i nostrani Devotion, che in effetti mostrano la loro italianità in virtù di forti influenze tipo Linea 77. Ecco quindi servito il piatto, dalle sonorità così tanto MTV anni ’90, l’epoca della gloria di Deftones e compagnia bella. Dieci brevi tracce piene di sfuriate vocali e chitarristiche, con intro o intercalari melodici e rallentati che di tanto in tanto completano la perfetta rievocazione delle band summenzionate.

E non è un gran lavoro analizzare “Sweet Party” traccia per traccia, davvero. Basta ascoltare/guardare il video di “Paper Boy” per farsi un’idea immediata di cosa siano i Devotion: piacciano o no, quel che fanno lo fanno bene, e con grinta da vendere (ma dal vivo?). Testi emotivi, intrisi di sfogo e crisi individuale, e look ben determinato completano il quadro.

I Devotion sono solo per gli appassionati di certe sonorità (e costoro accrescano pure il punteggio della recensione), le quali, per essere precisi, non possono essere inserite alla leggera nel filone della musica metal.

Alzi la mano chi ha l’età per avere nostalgia del “nuovo metal” che impazzava negli USA una decina di anni fa circa. Bene. Tutti quelli che non hanno alzato la mano, carichino pure l’arma e scatenino un selvaggio fuoco di fila su “Sweet Party”.

Pro

Contro

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