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Dieci anni dopo

Volevano mettere su famiglia, girare intorno al mondo, entrare nell’industria dell’informatica, ballare e attirare un po’ di attenzione. Con questi presupposti dieci anni fa i membri dei Pavement decisero di abbandonare le scene. Come non aspettarselo? Come non aspettarsi da loro un’uscita di scena del genere? Quell’ultima performance alla Bristol Academy, le manette sull’asta del microfono e tanta voglia di liberarsi, tanta voglia di intraprendere strade diverse . La causa? Massimo appagamento.

Dieci anni fa, infatti, i Pavement non potevano che sentirsi appagati, era da poco uscito “Terror Twilight”, l’ultimo atto di una carriera sbalorditiva. Dove sbalorditivo sta, principalmente, nell’aver avvicinato due mondi che si odiavano: quello dell’indie e quello del pop. Difficilmente troverete in giro qualcosa di cosi maledettamente pop come i Pavement, allo stesso modo vi sarà quasi impossibile trovare qualcosa di più indie. Se le strutture melodiche si divertivano nel viaggiare dallo smielato al punk su itinerari di andata e ritorno con tappe rumoristico-insensate e i testi stonati sfioravano il surreale e arrivavano volutamente a scadere nel banale, l’atteggiamento è, però, sempre stato lo stesso: scazzato, saccente, indipendente. Perseguendo questo stile tutto proprio, i Pavement hanno tirato fuori un disco più bello dell’altro e singoli degni delle migliori note, facendoci innamorare pazzamente di loro. Sono riusciti a farci restare fedeli a quel suono anche dieci anni dopo essere stati abbandonati, ci hanno riempito i momenti migliori e quelli più bui.

Era iniziato tutto nel momento giusto, in quel fine anni ottanta/inizio anni novanta, periodo così florido e produttivo per il panorama della musica indipendente. Ricomincia tutto nel momento sbagliato, nel momento in cui lo stesso panorama vive il suo massimo declino e la sua massima snaturazione. Ricomincia perché, dopo dieci anni di divorzio, da qualche tempo i Pavement si sono riuniti, hanno fatto qualche data alla grande, hanno organizzato un tour mondiale, dicono di avere in mente un disco e, questa settimana, mandano sugli scaffali (reali e digitali) un Best of: “Quarantine The Past”. Qui, da un fan, ci si aspetterebbe parecchio entusiasmo che, inizialmente, non viene però fuori appieno.

Se forse ci fa piacere rivedere Stephen Malkmus e soci sul palco, rimangono però dubbi sul disco venturo e sulla sua natura, così come lo spiazzamento provocato dal Best of. Perché da estremista della bassa fedeltà, una raccolta dei loro migliori pezzi non te l’aspetti. Perché, in fondo, il best of dei Pavement sono i dischi dei Pavement così come erano stati concepiti e strutturati. Nonostante il buon approccio del gruppo e della Matador nella stesura del lavoro, l’idea di ridurre il gruppo di Stockton ad un’ora e poco più non ci attirava. Accusato il colpo, ascoltiamo il disco e rimaniamo folgorati come ci succedeva un tempo.

Non c’è niente di nuovo, eppure iniziamo a ripensare lo scetticismo iniziale sul momento storico dell’indie e sulla possibile trovata commerciale e ci ritroviamo a dire: se i Pavement arrivassero oggi come un deus ex machina? Se la loro folgorante energia e la loro ritrovata presenza riuscisse a dare uno scossone a tutta la scena? Ai posteri l’ardua sentenza.

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