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Dieciunitàsonanti: Il senso del dove

Dieciunitàsonanti sono una band capitolina nata tra i banchi di scuola e unita dalla stessa passione, quella per la musica. Quattro personalità, ognuno con il proprio gusto musicale che si distingue da quello dell’altro. È proprio questo, infatti, che mette quel pizzico di sale in più nella loro musica. “Dove” è il loro secondo album, al quale hanno contribuito anche Paolo Benvegnù e il produttore Luca Novelli. Io e Alessandro Sfasciotti, voce e chitarrista della band, ci siamo sentiti per telefono ed è stato disponibilissimo e gentile, oltre che molto simpatico e raro nella sua semplicità.

Come nasce il vostro gruppo e perché avete scelto questo nome?
Il nucleo fondante del gruppo nasce tra i banchi di scuola. Suoniamo insieme da un sacco di tempo. Proprio ieri pensavamo che di solito i gruppi rimangono gli stessi, ma cambiano il nome. Noi, a parte qualche recente cambio di formazione come il batterista, siamo rimasti sempre gli stessi. Ci siamo affezionati a questo nome. Tu ti chiederai “ma siete in dieci?”…mmm no. Siamo in quattro. Noi suoniamo con le mani, nel senso che la musica che facciamo è abbastanza istintiva.

Cos’è cambiato in voi dalla realizzazione del primo album fino all’attuale “Dove”?
Il batterista, come ti dicevo. Raffaele Violante è stato il batterista per quasi dieci anni. Ha deciso di lasciare il gruppo ancor prima del disco. Il che vuol dire tanto, perché in un complesso di quattro elementi che fanno un certo tipo di musica, cambiarne uno fa tanto. Al di là di questo, abbiamo tentato di essere un po’ più diretti rispetto all’altro disco, cercando di essere meno criptici. Il primo disco era molto pensato sul concerto e, facendo così, spesso si rischia di perdere il pubblico. Con il secondo abbiamo tentato molto di avere un approccio rivolto all’esterno, sia nella scrittura che nell’esecuzione. Tra gli altri cambiamenti vi è anche il fatto che in questo disco ci siamo affidati al produttore, Luca Novelli dei Mokadelic, insieme alla voce di Paolo Benvegnù. Per la prima volta, dopo tanti anni, abbiamo dato le chiavi della lettura a un’altra persona, indicandogli la via. È stato bello far venire fuori da Luca quella visione che aveva di noi e, nel contempo, farci scoprire cose che noi non sapevamo neanche bene di avere. Abbiamo usato una grandissima varietà di timbri musicali: archi, fiati, c’è una voce femminile e tanti strumenti che contribuiscono ad arricchire il tutto. Questo disco è anche il risultato del cammino che abbiamo intrapreso.

“Dove”, oltre a essere il titolo di una canzone è anche il titolo del cd. Cosa rappresenta questo “dove”?
È un titolo che noi abbiamo scelto volutamente anche un po’ generico. In realtà, ponendovi l’attenzione anche in un secondo momento, ci siamo resi conto che nei vari testi ricorreva spesso un senso di luogo. Che fosse un luogo fisico, o dell’anima o un luogo da cui tu vuoi scappare, o dove vuoi arrivare. Questo “dove” ci piaceva e, in particolare, ci piaceva tenerlo lì, nell’interpretazione più libera che ci fosse. Non è un caso, tra l’altro, che “Dove” è il titolo di una canzone che segna il cambiamento rispetto a quelli che eravamo prima, basata essenzialmente sul pianoforte. È una canzone estremamente intima. Il “dove” è una tensione tra un “dove presente” e un “dove futuro”. Nella nostra musica cerchiamo sempre la tensione tra due cose, che sia una cosa che hai e una che vorresti avere, in uno stato in cui sei e in cui vorresti essere. Questo concetto tornava molto bene nella canzone e ci sembrava che il cerchio si chiudesse.

Vi siete mai sentiti influenzati da qualche band o artista in particolare?
Assolutamente si, ogni giorno, ogni secondo della nostra vita. La cosa brutta è quando ci fanno questa domanda e non sapere bene cosa rispondere. Ma solo per un eccesso di influenza. Noi, semplicemente come quattro ascoltatori, abbiamo ascolti diversi e riuscire a trovarne uno in comune è complicato. Sicuramente c’è qualcosa del rock americano, chiamiamolo alternativo, però, nello stesso tempo, della canzone italiana classica, ma anche moderna. La cosa più bella è quando ci dicono “Sai che però non somigliate a nessun gruppo in particolare?”. È proprio questo, infatti, quello che cerchiamo di fare: ascoltare più musica possibile per poi digerirla in uno stile nostro. Non ha tanto senso, quindi, che ti faccia dei nomi, anche perché, nel caso, ti farei i Beatles (ride).

Io, invece, ascoltando il cd ho notato, ma potrebbe essere solo una mia impressione, alcune somiglianze: con gli Zero Assoluto nella canzone “Dove” e con i Negramaro nel brano “Da Tendere”. Non so se ti ci ritrovi o no..

Sicuramente non ne sono consapevole di tale somiglianza. Nel senso che non rientrano tra gli ascolti diretti che abbiamo. Forse i Negramaro sì. Però è curioso che tu abbia notato questo. Il bello di fare musica, infatti, è anche quando tu scopri che, salendo un gradino, tu e quel gruppo X, che sarebbero in questo caso gli Zero Assoluto o i Negramaro, avete avuto la stessa influenza. Questa tua osservazione mi incuriosisce. Al massimo ci avranno detto, per certi aspetti, i Tiromancino.
[PAGEBREAK] Tra i titoli più curiosi c’è “Tu Contro I Condomini”. Come nasce questa canzone?
Volevamo provare a immaginare una situazione. Solitamente si scrive sempre sulla base della propria esperienza diretta. A noi piace spesso descrivere una cosa che riveli anche aspetti di un’altra, magari parliamo di una storia d’amore come se fosse una crisi economica, e viceversa. Mi piace mischiare tra loro questi registri. In tal caso, mi allettava il fatto che si parlasse di una fine di una storia d’amore e che si alludesse a una storia d’amore tanto grande, raccontando poi quel momento in cui l’ultimo briciolo di passione è finito e non rimane altro che una montagna di rifiuti difficilissimi da smaltire, simboleggiati dal mio personale vissuto incubo più grande della vita adulta, ovvero la riunione di condominio.

Come è stato collaborare con Paolo Benvegnù e cosa vi ha dato in più la sua collaborazione?
Musicalmente tantissimo. Strettamente per motivi pratici ha dovuto limitare la sua collaborazione principalmente alla parte delle voci, ed essendo io il cantante per me è stato fantastico lavorare con una persona della sua esperienza e della sua qualità, perché ti fa crescere veramente come musicista. È una grandissima persona e ama tantissimo quello che fa. Tu provi a coinvolgerlo, ma in realtà lui lo fa da solo. Ha cantato anche in alcuni testi. Vedi il tocco del fuoriclasse quando tutti cercano una soluzione che magari è lì proprio davanti a te, ma l’unico che la vede e che la indica è lui. Questo lo fanno solo i fuoriclasse o i poeti, come nel suo caso. È un grosso lavoratore e una persona umile. Poi, gran parte del gruppo è fan dei primissimi Scisma: fai una pausa per mangiare qualcosa e parli della sua esperienza con Gli Scisma. Da collaboratore diventi fan, e questo è fantastico.

“E Non Andar Più Via” è la cover di un pezzo di Lucio Dalla che parla di Roma. Che legame avete con la vostra città?

Il legame è strettissimo. Come tutti quelli che vivono a Roma abbiamo un rapporto di amore e odio con “mamma” Roma. Noi l’abbiamo sempre sentita la presenza di Roma nei nostri dischi. Quando nella canzone parliamo della città che se ne va in lontananza, per noi quella è Roma. Ovviamente chi ascolta ci legge dentro quello che vuole. Per noi il panorama è quello, ci piace tantissimo ma che, allo stesso tempo, per certi versi, ci piacerebbe cambiare tantissimo. Vedi, ancora una volta ricorre quella tensione tra un luogo com’è e come lo vorresti.

“Le Mani Sulla Città” racconta di come la modernità abbia svilito quei sentimenti positivi che c’erano in passato. Come lo vedete questo scontro tra le aspirazioni personali e la realtà moderna?
Anche qui è curioso che tu dia questa lettura tra passato e presente, che evidentemente c’è, se tu la vedi, però che io non ho messo intenzionalmente. A me colpisce più il contrasto che a Roma esistono zone con case costruite semplicemente per metterci dentro la gente, ma facenti parte di un contesto disumano. Ciò nasce proprio dalla domanda “Come si fa a provare dei sentimenti in dei luoghi così poco umani e che non incentivano l’emozione?”. Anche lì c’è dell’ironia che troviamo nella frase della canzone: “Ringrazierò Chi Ha Costruito Questa Città”. Soprattutto a Roma, i cosiddetti palazzinari rappresentano una delle realtà negative della città. Interi quartieri sono nati solo per buttarci dentro le famiglie. Io vivo questo contrasto tra le aspirazioni come tutti, come nella stessa canzone che dice: “Venderò i miei spazi, i miei muri per qualcosa”. Penso che sia importante mantenere una propria dignità personale, cercando di condurre una vita felice, in un contesto che fa di tutto per svilirci e disumanizzarci. Tu chiedi a me giustamente la risposta, ma le canzoni spesso sono delle domande. Quelle che preferisco io sono delle bellissime domande. In realtà, la risposta ognuno di noi la dà ogni giorno.

C’è una canzone di questo secondo album a cui sei più legato?

Come spesso capita, cambia a seconda dei giorni. Così, su due piedi, ti dico “Il Giorno Della Festa”. È una di quelle che è venuta come io avrei voluto venisse, e senza particolare sforzo. Sono molto soddisfatto. Ultimamente, però, “Tu Contro I Condomini” mi dà molto gusto suonarla.

Adesso quali sono i vostri progetti futuri? Avete già in mente qualche altro album?
Il successo planetario, però non si sa di quale futuro (sorride). Scherzi a parte, l’idea è quella di portare il disco in giro dal vivo il più possibile. Stiamo cercando di chiudere più date possibili per l’autunno. Al momento, personalmente, non ci voglio neanche pensare a futuri dischi. Dal momento in cui scrivi un disco ti svuoti completamente. Questo per me è il momento in cui devi lasciarti riempire da stimoli, suggestioni, note e poi, ti metti a scrivere.

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