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Digitalism: Indisciplina germanica

Jens e ?smail. Jence e Isi. Chiamateli un po’ come più vi pare e piace, l’importante è che vi ricordiate che insieme fanno i Digitalism, un duo difficile da non notare. Anzi, la recentissima serie di mix soprannominata “Dj-Kicks” di cui la casa discografica !K7 è tanto orgogliosa è anche opera dei due giovanotti (affiancati da icone nuove e vecchie del panorama musicale quali Whomadewho e The Rapture).
Prima di andare a curiosare, però, leggetevi come tutto ebbe inizio.

Ciao a entrambi! Partiamo con le domande. Innanzitutto, come e quando vi siete conosciuti?
Ci incontrammo dodici anni fa in un negozio di dischi ad Amburgo, Germania; ecco da dove veniamo.
Jence un tempo lavorava proprio lì ogni pomeriggio dopo scuola e Isi ci passava spesso per vedere se erano usciti nuovi dischi.
Il negozio era specializzato in vinili house e techno, quindi era indirizzato esclusivamente a dj. Ci si andava per comprare i 12” per i club e- magari, se avevi il permesso- usare la piattaforma del banco per ascoltare la musica o fare pratica di missaggio.
Trascorrevamo il nostro tempo là.

Quali furono le prime impressioni l’uno dell’altro?
Difficile da ricordare, ma sicuramente eravamo i più giovani in quel posto, motivo per il quale ci siamo legati- sempre ammirando e seguendo il lavoro di chi era già un dj affermato.

Pensaste subito “Faremo grandi cose assieme”?
Non all’inizio, ma una volta iniziati alla vita da dj e dopo aver composto le prime basi insieme pensammo che avremmo dovuto portare qualcosa di fresco in tutte quelle strutture musicali ormai arrugginite.
Dopo un paio di anni, controllando le uscite settimanali del mercato del vinile dance, sentimmo che c’era bisogno di fare qualcosa che non si confromasse al resto. Sia che fosse grandioso o soltanto diverso.

Credete di aver raggiunto davvero i vostri obiettivi fino ad ora?

Stiamo facendo musica e c’è gente che la ascolta! Questo è ganzo. In quanto artista vuoi sempre avere la possibilità di concretizzare le tue idee ed avere un’audience alla quale mandare il tuo messaggio.

Come fu il vostro approccio alla musica?
Siamo cresciuti ascoltando un sacco di radio e registrandola, poi agli inizi degli anni Novanta entrammo in contatto con la musica dance e la cultura dei club per la prima volta. La musica è sempre stata intorno a noi, costantemente sul walkmen durante le vacanze oppure sui vari mix tape… È sempre stata come la colonna sonora della nostra vita.

In seguito riuscimmo ad avere le nostre piattaforme personali e cominciammo a praticare con i vinili, finendo nel negozio di dischi. La musica è qualcosa di magnifico e noi volevamo accedervi. Volevamo essere dall’altra parte- quella dove la musica viene fabbricata.

Perché decideste di abbracciare questo genere specifico e non- per esempio- la musica da camera?
FIn da quando scoprimmo la musica house siamo rimasti affascinati dalla dance e dalla vita notturna. Allora eravamo molto giovani e andavamo ancora a scuola, quindi ascoltare i mix dei dj che passavano alla radio a tarda notte fu la prima prospettiva dell’interno di un altro mondo.

Una volta compiuta l’età per entrare nei club iniziammo a fare i dj. Le nostre prime produzioni erano fatte al computer, non avevamo mai avuto una band prima; perciò è abbastanza logico il motivo per cui siamo finiti nel mondo dell’elettronica.

Ci sono delle personalità (di qualsiasi tipo) a cui vi ispirate?

Facciamo più che altro del nostro, ma di certo ci guardiamo attorno per vedere cosa succede anche fuori.

Parlando del vostro lavoro, come fate a comporre le canzoni?
Non è un lavoro! Abbiamo uno studio in cui creiamo il 90% della nostra musica. A volte lo facciamo sulla strada, ma non ci piace molto usare il portatile insieme alle cuffie per produrre. Ci imbattiamo sempre prima nella musica e poi vediamo se ci ispira in termini di scrittura delle liriche etc.

Cooperate condividendo il lavoro- uno elabora i testi, l’altro il resto- o ciascuno fa un po’ di tutto?

Noi lavoriamo in una maniera complementare. Jence solitamente fonde i bit musicali e le idee e Isi dirige il tutto da lì in poi. Alla fine ci sediamo insieme per il brainstorm sulla scrittura delle liriche, sempre che secondo noi ci sia la necessità di aggiungerne, ovviamente.

Quale parte del processo di registrazione preferite?
Il primo step, dove troviamo i nuovi suoni. Dopodiché devi essere più disciplinato perché si lavora entro determinate linee guida prefissate dalla musica che si è messa insieme. E noi non siamo molto disciplinati, nonostante siamo tedeschi… Haha!

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Il primo album che avete pubblicato si intitola “Idealism”: per caso ciò si riferisce a una sorta di filosofia/credo scientifico?
Fu un mix tra il pensiero idealistico reale e un gioco di parole. Il nostro primo singolo fu “Idealistic” e abbiamo sempre pensato di dover creare qualcosa che descrivesse un quadro più ampio, cercando di inviare il messaggio che lo riguardava. Amiamo le cose epiche e siamo in cerca di qualcosa che sia ideale per noi.

Siete soddisfatti della ricezione del vostro debutto?
Totalmente. Non ci aspettavamo tutte quelle reazioni travolgenti, a essere onesti.

E riguardo a “I Love You, Dude”?

Questo è di gran lunga più interessante. Il nostro secondo album era molto polarizzante. C’è sempre gente che si aspetta tu faccia esattamente le stesse cose della volta precedente (e magari ci rimangono pure male), e altri che invece preferiscono un’evoluzione nel suono. Non volevamo ripeterci e al contempo intendevamo esplorare nuovi territori, tutto sotto l’ombrello del suono dei Digitalism.

Vero è quel che dicono le persone sulla maledizione da secondo album: con il primo crei qualcosa che ti definisce e poi finisci per essere legato a quegli schemi. Noi non sentimmo il dovere di essere influenzati da questo, così ci approcciammo al nuovo album come se fosse l’esordio: da uno scarabocchio, senza pressione di fondo, come fosse il primo. O magari il terzo.

Alla fine avevamo un album pieno di canzoni che ci sentivamo di fare in quel momento. Questo è il punto davvero importante per noi.
Ma fu divertente leggere tutte le recensioni, sono state molto variegate. Non vuoi fare un album di noiosa mediocrità, vuoi qualcosa di cui la gente parli- sia che stiano morendo per l’eccitazione sia che lo odino.

Chi è questo tipo che dite di amare tanto?

Si tratta di una frase astratta che doveva rispecchiare ciò che ognuno nel mondo dovrebbe dire a qualcuno, l’un l’altro. Non c’è un vero e proprio oggetto, è più una cosa di spirito.

Personalmente, la mia canzone preferita del vostro secondo album è “Two Hearts”- e anche il video non scherza.
Come descrivereste questa canzone? Ha un significato particolare per voi e noi non lo sappiamo ancora?

Grazie! Non sappiamo se voi tutti lo sapete. Infatti, a volte nemmeno noi lo sappiamo.
Abbiamo iniziato a scrivere le canzoni per l’ultimo album partendo da certe idee, storie e progetti, ma ci siamo persi via e siamo finiti con in mano qualcosa che pure noi dovevamo decifrare. È fico quando c’è spazio per l’interpretazione di ciascuno.
Puoi disegnare il tuo significato personalizzato partendo da ciò, ma “Two Hearts” è probabilmente incentrata su due amici che- nonostante uno voglia qualcosa di più- rimangono solo amici.

Qual è la migliore esperienza live che vi ricordate?

Due estremi- il nostro primissimo live al festival di Strasburgo nel 2005. Fu davvero un disastro, ma pensammo che almeno eravamo sopravvissuti ai nostri trentacinque minuti di esibizione. Facemmo fuori due grandi frigoriferi americani pieni di alcool in quel frangente.
E dall’altro lato uno show a Sydney l’anno scorso davanti a diecimila persone. Il sole venne fuori dopo un sacco di pioggia e le persone erano lì che cantavano insieme l’intero set delle nostre canzoni.

A noi non piacciono le etichette, ma come vi descrivereste come persone (e non come musicisti)?

Jence è l’enigma sfrontato, Isi è il panda sdraiato sulla schiena. Perché è proprio così.

Se non è troppo, diteci le ultime tre cose:

– una passione che avete e che nessuno sa
Ci piace il silenzio lungo il mare (difficile da trovare di solito)

- il supereroe che vorreste essere
Megavolt di Darkwing Duck. È un cattivo, ma può generare un’enorme quantità di energia.

- il film e l’album senza cui non potreste mai vivere
“Bladerunner” e (non ce ne sono, ma se ne esistesse una) una compilation di colonne sonore ufficiali dei videogiochi anni Ottanta.

E così il duo germanico ci lascia, si spera per cose ben più grandi di noi.

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