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Dimartino: Un Paese Ci Vuole Tour a Bologna, il live report

“Un Paese Ci Vuole” – il terzo disco di Dimartino dopo “Cara Maestra Abbiamo Perso” e “Sarebbe Bello Non Lasciarsi Mai, Ma Abbandonarsi Ogni Tanto È Utile” – è uscito il 21 aprile. Prende il titolo da un passo de “La Luna E I Falò” di Cesare Pavese, contiene dodici brani – di cui uno cantato insieme a Cristina Donà e uno scritto e cantato insieme a Francesco Bianconi dei Baustelle, che in quanto a collaborazioni di questi tempi non si lascia mancare proprio niente – ed è dedicato, neanche a farlo apposta, al tema del paese, come entità geografica ma soprattutto come condizione esistenziale, umana e, perché no, spirituale.

Dopo una manciata di presentazioni instore nelle Feltrinelli e la data zero in anteprima al teatro Lenz di Parma, il 29 aprile è partito da Milano – Salumeria della Musica – il vero e proprio tour, che giovedì sera è approdato anche qui a Bologna, ovviamente al Locomotiv Club nei pressi della stazione centrale. Location di per sé non particolarmente suggestiva, certo, ma che l’altra sera, ve lo assicuro, è stato lo scenario di uno dei più bei concerti a cui mi sia capitato di assistere negli ultimi tempi. Saranno state le catenarie in stile balera di campagna sul palco, o la cordialità del buon Antonio Di Martino, che ringrazia sentitamente il suo pubblico sia all’inizio che alla fine del concerto “perché”, dice, “in questi tempi duri pagare un biglietto non è affatto una cosa scontata”; oppure sarà stato semplicemente il fatto che il locale – contrariamente a ogni mia aspettativa – era pieno per meno di metà della sua capienza, ma insomma, sembrava veramente di essere finiti per caso a un concertino di paese, a cantare e ballare in mezzo a sconosciuti che pareva, stranamente, di conoscere da sempre.

Non c’è bisogno di dire, però, che in quanto alla qualità dell’esibizione i livelli sono ben altri rispetto a quelli di un complesso di paese. Di Martino, in fondo, ha pur sempre alle spalle una significativa esperienza come musicista, e a maturare negli anni non sono soltanto le sue qualità autorali, ma anche le sue doti da interprete, sia a livello vocale che strumentale, dove al prediletto basso alterna, a seconda dei pezzi, chitarra acustica ed elettrica. E i compagni di band che si è scelto non sono affatto da meno: alle tastiere un Angelo Trabace fresco di Conservatorio ha ormai preso stabilmente il posto, da qualche anno, della brava Simona Norato, mentre alla batteria fa la parte del leone il fedelissimo Giusto Correnti, che sembra sia sul punto di esplodere a ogni pezzo, tanta è l’energia che ci mette.

Ad accompagnare l’ingresso sul palco del trio è la voce del nonno del cantautore – catturata in una traccia presente anche sul nuovo disco, e intitolata “A Passo D’Uomo” – , particolarmente adatta a introdurre il pubblico in quella dimensione di paese che è e vuole essere, per l’appunto, una dimensione a misura d’uomo. Il singolo “Come Una Guerra La Primavera”, cantato in coro un po’ da tutti, inaugura poi l’esecuzione delle nuove canzoni – tra le altre, “Niente Da Dichiarare”, “L’Isola Che C’è”, “Le Montagne” e “Calendari” – che vanno a incrementare il vecchio e più noto repertorio pescato soprattutto dall’album del 2012 – di nuovo, tra le altre canzoni, “Non Ho Più Voglia Di Imparare”, “Io Non Parlo Mai”, “Maledetto Autunno”, “Amore Sociale” e una “Ho Sparato A Vinicio Capossela” dal gusto decisamente jazz. A chiudere perfettamente il cerchio, infine, i due brani d’apertura dei dischi precedenti: i bellissimi “Cercasi Anima” e “Non Siamo Gli Alberi”. Che però – non c’è proprio nulla da fare – nemmeno stavolta reggono il confronto con le rispettive versioni su disco, assolutamente impareggiabili.

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