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Dimmu Borgir: In darkness we trust…

La triade demoniaca, le tre Norne, quasi le belve dantesche: quando si parla di Dimmu Borgir l’immaginazione corre subito agli aspetti più favolistici che hanno creato intorno alla band un alone di leggendario mistero. Si tende a trascurare il fatto che sono dei musicisti con una devozione assoluta al loro lavoro e una professionalità che ha pochi rivali nella musica metal.
E, soprattutto, incontrarli dal vivo ribalta i pregiudizi che li vogliono un gruppo distante e perfino scontroso. Galder e Silenoz, che abbiamo intervistato, erano loquaci e ironici, mentre uno stanchissimo Shagrath è stato tanto disponibile da dedicare i pochi momenti di pausa fra un’intervista e l’altra a writing e photo session improvvisate con i fan. Alla faccia di chi vuole i blackmetallers freddi e cattivi!


Cominciamo parlando dell’artwork: spesso avete avuto delle copertine con immagini al limite della censura, ma stavolta, per “Abrahadabra”, avete scelto una grafica completamente diversa, con una specie di demone in stile cyber-punk. Qual è l’effetto che desideravate ottenere con questo cambiamento?
Silenoz: non credo che stavolta volessimo ottenere un effetto particolarmente scioccante, ma che volessimo una copertina accattivante per gli occhi e che meglio rappresentasse il contenuto dell’album. È difficile esprimere l’essenza dei pezzi, i testi e la musica, partendo dall’artwork, ma credo che ci siamo riusciti piuttosto bene. Per me, quel demone rappresenta la rinascita, una nuova partenza, dato che, come vedi, non c’è alcuna faccia dietro la maschera. Quindi per me è un nuovo inizio.

Infatti non è facile capire di cosa parlano guardando solo la copertina… si tratta di un concept, o semplicemente c’è un tema che collega le canzoni fra di loro?
Silenoz: sì, ci sono dei temi ricorrenti ma non si tratta di un concept, come l’album precedente. Come si evince dal titolo, è stato ispirato soprattutto dalle opere di Ailester Crowley, ma ci sono anche un paio di canzoni che riguardano direttamente la band e che parlano di quello che abbiamo passato, di cosa stiamo vivendo e di cosa ci aspetterà come gruppo. Ma non si tratta solo delle cose negative, bensì anche di quelle costruttive che potranno accadere in futuro.

E scommetto che la canzone è “Dimmu Borgir”…
Silenoz: sì, esatto. È quella che in modo più chiaro parla delle difficoltà e tribolazioni che abbiamo affrontato in questo periodo.

Quindi, in pratica, volevate raccontare ai fan la storia del gruppo?
Silenoz: sì, raccontarla con poche frasi significative che descrivono la band.

Avete cambiato qualcosa nel processo di songwriting dopo la separazione da Mustis e Vortex?
Galder: Certo, ovviamente qualcosa è cambiato . Ma siamo sempre stati sostanzialmente noi tre a occuparci del songwriting. Ci sediamo davanti al computer con il software di sintetizzazione e facciamo le prove a casa e poi c’incontriamo per condividere le idee…
Silenoz: sì, non abbiamo una formula particolare per comporre i pezzi, c’incontriamo, buttiamo giù delle idee e ne discutiamo.
Galder: forse stavolta siamo stati più critici, ci siamo calati in profondità nelle canzoni….
Silenoz: sembravamo dei chirurghi!
Galder: sì, a volte toglievamo qualcosa, altre volte aggiungevamo cose del tutto nuove..abbiamo lavorato all’album ancora prima di entrare in studio ed era praticamente pronto prima. Con “Abrahadabra” ci siamo impegnati molto duramente, forse più che per qualsiasi altro lavoro.
Silenoz: tuttavia, anche se abbiamo lavorato così sodo, stavolta il processo è sembrato più fluido
Galder: sì, è andato tutto liscio. Ci sono tanti dettagli diversi, partiture orchestrali, cori, eppure a me la lavorazione è sembrata più facile.

La vostra cura meticolosa si sente nei dettagli delle canzoni… complimenti, è proprio un cd notevole.
Silenoz: ti ringrazio molto. Volevamo proprio creare un album in cui, ad ogni ascolto, si potessero scoprire nuovi dettagli e dove, anche al ventesimo ascolto, si potessero trovare cose che prima erano sfuggite.
Galder: sì, ci piaceva l’idea che i fan non dovessero ascoltare “Abrahadabra” solo un paio di volte, ma almeno una ventina, per coglierne tutte le sfumature.

E sembra anche un album molto più complesso del precedente, grazie alle sovra incisioni, alle parti orchestrali
.
Silenoz: è vero e si possono sentire meglio le dinamiche dei pezzi perché ci sono veri strumentisti e non si tratta di campionature. Forse questo ha reso la creazione dell’album un po’ più rigida, ma si possono sentire le differenze compositive tra le varie canzoni.
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Vi siete avvalsi della collaborazione di un’orchestra: di quale si trattava?

Silenoz: era la Norwegian Radio Orchestra, che ha lavorato anche con altre band metal, quindi conoscono questo campo. Sono grandi professionisti, hanno fatto tante cose diverse e lavorano anche per la Tv nazionale norvegese.
Galder: Siamo stati fortunati a poter lavorare con loro, sono forse una delle migliori orchestre in Europa. È bello vedere tanta professionalità, dato che siamo purtroppo abituati ad uno standard di serietà lavorativa molto basso.

Non è la prima volta che mettete delle parti orchestrali nei vostri album. Mi ricordo “Death Cult…” e “Puritanical…”: si trattava anche in quei casi di un ensemble sinfonico, e non di campionature, giusto?
Silenoz:
sì, anche se naturalmente abbiamo un tastierista professionista che si occupa cnche di mettere insieme le parti orchestrali, ed è per questo che la nostra musica ha così tante sfaccettature a cui prestare attenzione. È difficile e arduo mescolare il tutto. Inoltre, non ci sono altri gruppi a cui poter paragonare quello che facciamo e non abbiamo avuto punti di riferimento da seguire. Abbiamo solo potuto fare affidamento sul tuo orecchio. Ma con “Death Cult…” era un’orchestra da camera.

Chi ha scritto le partiture orchestrali?
Silenoz: ci siamo serviti di Gad Sturos, che aveva collaborato con noi già ai tempi di “Death Cult Armageddon”. Per lui è stato un lavoro duro perché ha scritto le partiture per tutti gli strumenti e poi ha messo insieme le tastiere e tutte le parti orchestrali.

Avete mai suonato dal vivo con un’orchestra intera? O avete pensato di farlo, eventualmente per questo tour?

Galder: non l’abbiamo mai fatto, vorremmo farlo e ci stiamo pensando, ma non possiamo utilizzare un’orchestra per tutto il tour perché ci sono molte persone da portare in giro ed è piuttosto costoso. A meno che suoniamo in un festival.
Silenoz: c’è un’organizzazione incredibile dietro, che richiede molto tempo. E non hai la possibilità di prepararti bene come quando fai le prove in studio.

Senza contare che ci vogliono anche lo spazio e l’atmosfera giusti…
Silenoz: sì e, per quel che ne sappiamo, quando suoni dal vivo con un’orchestra, c’è solo un’occasione di suonare nel modo giusto e perfetto. È una scommessa.
Galder: e a noi piace correre dei rischi.

Vi aspettavate, in un certo senso, l’uscita di Vortex? Come avete reagito alla notizia?
Silenoz: forse è stato più drammatico per i fan che per noi. Il dramma per noi è andato avanti per tanto tempo, forse troppo. Gli abbiamo concesso seconde e terze possibilità, ma dopo la quarta o la quinta capisci che non puoi costringere la gente a fare quello che non vuole fare.
Galder: e poi nella storia dei Dimmu Borgir ci sono stati così tanti cambi di formazione che quasi ci siamo abituati.
Silenoz: sì, è la maledizione della band.
Galder: dopotutto anch’io sono un membro relativamente nuovo (è entrato nel 2000, ndt).

Sì, ma voi tre siete i membri core, che andate avanti duri come la roccia, nonostante tutto…
Galder (ride): sì, siamo testardi. Ma ci vuole molto impegno, sacrificio e lavoro sodo. È difficile e duro per tutti, qualsiasi sia il tuo ruolo nella band.
Silenoz: Sì, e quando ci sono le sessioni di scrittura dei pezzi o le prove, non puoi dire “Oggi non vengo perché vado al cinema con mia moglie”. Ok, hai scelto quello e pensi che sia più importante della band.
Galder: devi mettere la band al primo posto. Alcuni di noi sono padri di famiglia, ma devi allontanarti dai tuoi per mesi quando si va in tour, e di solito si sta lontano da casa per un bel po’. Sono decisioni difficili da prendere, qualcuno ci riesce e altri no.

Infatti, non dev’essere facile dividersi fra la vita privata e il lavoro nella band: come gestite questa cosa?
Galder: sì, è impegnativo, ma devi prendere la decisione se vuoi startene a casa o compiere il passo in avanti e intraprendere questa carriera. Tutti noi vogliamo il meglio per la band.
Silenoz: per i fan deve essere frustrante avere tutti questi cazzo di cambiamenti di line-up, ma per noi sono stati necessari per la sopravvivenza del gruppo, punto e basta. Ma dovevamo prendere una decisione: continuiamo o ci sediamo e ci lamentiamo per quello che è successo? E abbiamo scelto di andare avanti.

Poi, proprio oggi, ho letto che il vostro nuovo bassista, Snowy Shaw, ha fatto marcia indietro ed è tornato nel Therion.
Attimi di gelo totale e poi un “chi?” ripetuto da entrambi mi ha fatto capire che avrei dovuto cambiare domanda.
Galder: noi non conosciamo nessun Snowy… (ride).
Silenoz: come puoi capire, è stato qualcosa di totalmente ridicolo… Forse è una domanda che dovresti chiedere a lui perché… è… beh, passiamo alla prossima domanda.
Galder: noi non abbiamo fatto nulla, ufficialmente non abbiamo rilasciato alcuna dichiarazione.
[PAGEBREAK] Nel settimo brano vi riferite alla figura del demiurgo, più volte utilizzata da Platone: c’è qualcuno tra voi che sia appassionato di filosofia?
Silenoz: certo, anche se il titolo non menziona direttamente l’opera platonica. Intende essere la semplice descrizione di una sorta di seme che cresce dentro ogni individuo, il quale è una specie di ibrido poiché- si sa- tutti gli esseri umani in realtà sono anche animali. Abbiamo ancora quegli istinti, che si dovrebbero preservare dentro ciascuno di noi, anziché cercare di soffocarli o assopirli, perché rappresentano una forte influenza per l’uomo e sono utili alla sua mente creativa. In definitiva, quindi, “The Demiurge Molecule “si può considerare una canzone dedicata all’esercitare questa creatività.

Per quale motivo solo l’ultima traccia contiene la parola che dà il titolo all’album, ovvero “Abrahadabra”? È un effetto a sorpresa o una casualità?
Silenoz: più che altro si tratta di una coincidenza, immagino. Quel particolare brano inizialmente era intitolato “Abrahadabra” e soltanto durante le sessioni di demo abbiamo scelto di cambiarne il nome in “Endings And Continuations” e scelto di chiamare così l’album intero.

Come mai proprio “Abrahadabra” e non “Abracadabra”, come siamo soliti dire noi qui in Italia? È qualcosa di diverso oppure è volutamente così?
Galder & Silenoz: sono due cose totalmente differenti. “Abrahadabra” è la formula magica più conosciuta di Aleister Crowley, che la usava molto spesso in determinate circostanze, perciò non ha alcunché a che fare con conigli e cappelli a cilindro degli spettacoli di Las Vegas, come la gente potrebbe pensare- benché potrebbe essere una buona performance ad un nostro show dal vivo. È pure un modo per testare se le persone sono dislessiche o no.

Pensavo fosse un’alternativa all’”Abracadabra”, quello che noi diciamo in italiano…
Silenoz: anche da noi si dice così; qualcuno ci ha chiesto come potessimo intitolare l’album in quella maniera, ricevendo in risposta un “Leggi meglio il titolo e vedrai che è tutt’altra storia o vai a vedere su Wikipedia!”

Mi immaginavo già Mickey Mouse sul palco, con un crudele face-painting sul muso…
Galder: Mickey Mouse è cattivo.

Pensate che durante l’incisione del disco siate stati influenzati da altri sottogeneri della musica metal, quali il power o il nu?
Galder: Non il power metal, ma è certo che siamo sempre alla ricerca di ulteriori sfaccettature nel metal e ci piace sperimentare. C’è chi ama il power, personalmente non io.
Silenoz: Forse qualcosa di power c’è, ma della vecchia scuola.
Galder: Esatto, e lo si può sentire nella musica, che non si tratta esclusivamente di old- school black metal: c’è un intero mix di vari generi ed è per noi la cosa migliore, perché non ci dà limitazioni. Possiamo fare quello che vogliamo.
Silenoz: Senza limitare la nostra produzione, come altre band invece fanno.

Ho un’altra domanda un po’ fastidiosa per voi. Quale è la vostra relazione nei confronti della religione? Intendo dire, il black metal è sempre stato associato ai culti satanisti ed erroneamente etichettato come genere musicale satanico.
Galder: Non penso ci sia uno sbaglio dietro a ciò, del resto le tematiche approfondite dalle canzoni riguardano perlopiù tale aspetto della religione e la parte oscura della vita, quindi è naturale parlare di religione.
Silenoz: Al contrario di alcuni gruppi, noi non parliamo in questo modo della religiosità. Ci sono ulteriori parti che la compongono, non c’è solo la cristianità; quando sei obbligato a seguire certe regole, tutto va verso l’oppressione dell’uomo e dei suoi istinti naturali. Questo è innaturale, o almeno è quel che noi pensiamo, perché si porta via idea di essere umano nel suo complesso: siamo animali e reprimerci peggiora la situazione. Lo si può vedere in molte religioni: le persone non sono felici, dicono di essere alla ricerca della gioia, eppure non la ottengono concretamente tramite la religione – almeno, questo vale per i culti che ho menzionato prima.

Quindi vi definireste atei?
Silenoz:
No, non personalmente.
Galder: Non mi piace credere in qualcosa che sia stato inventato e scritto da un uomo, perché è falso. Ciascuno di noi ha la propria religione individuale, che non ha punti in comune con scritture cambiate nel corso delle generazioni. Se credi in qualcosa del genere è semplicemente stupido.
Silenoz: Già.
[PAGEBREAK] Inoltre, vi esibirete qui in Italia il 27 settembre…
Silenoz: Sì, non vediamo l’ora. Abbiamo sempre fatto degli ottimi concerti nel vostro paese, i fan sono davvero grandiosi.
Galder: Esatto, suonare qua è un onore e il pubblico ci ripaga bene! C’è sempre tantissima gente.

Preferite suonare ai festival all’aria aperta oppure nei locali chiusi?
Galder: Dipende, a volte i piccoli posti con circa duecento persone possono essere i migliori, altre invece preferiamo i grandi festival con un migliaio di spettatori. L’unica cosa è che dobbiamo avere un bel sound, e poi il resto dipende dalla folla. Se non è reattiva non ci fa piacere, si sa, mentre se risponde attivamente è il meglio. Se ci sono tante o poche persone, non importa affatto.

Personalmente mi è piaciuto di più vedervi al Gods Of Metal nel 2008, sicuramente meglio che all’Alcatraz.
Silenoz: Sì, perché c’era buio, mentre suonare con la luce del sole negli occhi non è molto raccomandabile. Ovviamente hai l’occasione di suonare di fronte a un sacco di persone, ma è una specie di compromesso che devi fare.

Nel vostro paese suonate più al buio o alla luce del giorno?
Silenoz: Perlopiù nell’oscurità, dove possiamo essere noi stessi.
Galder: Se sei all’aperto in estate e sono le 21 o le 22, non c’è molto buio. Fino ad ora ci siamo esibiti maggiormente all’interno di locali che all’aperto. Quando ci capita di essere all’esterno si verificano temporali o piogge, stranamente.
Silenoz: In Finlandia, negli ultimi tre festival a cui abbiamo partecipato, c’è stato il sole fino alla nostra entrata in scena: dopodiché il cielo è diventato scuro con tuoni e fulmini. Finito lo show è tornato il sereno. Tre volte di seguito. Non so se sia una coincidenza o un avvertimento.

Omen Nomen
Galder: Sì, a noi piace pensare che sia un omen.

Ottimo ragazzi, con questa domanda abbiamo finito. Grazie tante per la disponibilità.

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