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Intervista a Diodato: “Cosa sono diventato? Sicuramente più consapevole”

“Cosa Siamo Diventati” è il titolo del nuovo album di Diodato, in uscita per l’etichetta Carosello Records il 27 Gennaio, è il secondo disco di inediti del cantautore pugliese. Dopo tre anni di apparente stop musicale, Diodato torna a calcare i palchi d’Italia con un tour che toccherà vari punti della penisola, con la prima data d’esordio prevista per domani 2 febbraio a Torino, per lanciare live il nuovo progetto discografico che nasce live anche nella sua incisione, un disco maturo e intimo, ma dal sound rock che sicuramente creerà il giusto pathos fra pubblico ed artista.

E proprio per entrare meglio nel merito dell’album, per capire cosa ha fatto Diodato in questi mesi lontano dalla scena pubblica e per scandagliare a fondo le sue sensazioni che anticipano la sua partenza on the road, decidiamo di intervistarlo per voi.

Antonio Diodato, rompiamo subito il ghiaccio, un cognome importante che nella mitologia greca sta per “Donato da Giove”, insomma l’arte era scritta nel tuo destino.

(ndr: Ride) Io l’ho sempre visto come quel nome che si da ai trovatelli che vengono lasciati davanti alle chiese o ai conventi, una cosa molto più terrena insomma. Mi piace molto questa nuova visione del mio cognome.

Domani parte il tuo tour da Torino, emozionato? Ci dai qualche anteprima sulla scaletta?

In questo tour ci sarà tutto il nuovo album e qualcuno dei vecchi brani. E’ un tour direi quasi promozionale per il nuovo disco ed è giusto lasciare spazio ai nuovi brani.

Emozionato? Si tantissimo, manco dai live da troppo tempo, in cui mi sono mancati davvero tanto, ma contemporaneamente ho anche molta ansia e senso di responsabilità verso il pubblico.

Parliamo subito del disco. “Cosa siamo diventati”? Lo chiedo io a te.

Cosa sono diventato… Beh sicuramente una persona più consapevole di tante cose, soprattutto personali. Questo disco è un tentativo di messa a fuoco su chi sono e su come mi sono comportato davanti a tante situazioni. Riconosco le mie debolezze e fragilità e cerco di partire da queste per crearmi nuovi punti di forza.

Un album certamente intimista, come una seduta dallo psicanalista. Scrivere questi testi ti ha messo in pace col tuo passato?

In realtà, è la prima volta che vado così a fondo, sentivo necessariamente il bisogno di farlo. “Mettermi in pace con me stesso” no, forse la pace in fondo non esiste, ma sicuramente sono molto più sereno ora.

Particolarmente notevole nel contenuto è il brano di apertura “Uomo fragile”, in cui descrivi con gli occhi di un bambino in chi speri di non tramutarti da adulto, c’è un brano a cui ti senti più legato?

“Uomo fragile” è il brano che apre il disco e si manifesta in tutta la sua sincerità. Volevo che il disco nel suo contenuto, oltre che nel sound, fosse chiaro sin dalla prima canzone, e la sincerità è il fil rouge che lega fra loro tutti e dodici i brani del disco.

Detto questo, sono molto affezionato soprattutto a “Cosa siamo diventati”, non per niente da questa canzone ha preso il nome l’album. La ragione per cui questo brano mi sta a cuore è perchè riesce a rappresentare al meglio tutto ciò che volevo dire, il messaggio poetico oltre che nel sound. Lo abbiamo registrato quasi live, ed il risultato è stato proprio quello che volevo diventasse.

Una cura nei testi quasi maniacale, un lessico ricercato e mai una parola fuoriluogo o fuoricontesto, ma anche musiche e melodie di eccellenza per un disco che viene fuori dopo due importanti collaborazioni artistiche in “Acrobati” con Daniele Silvestri e nella “Stanza Intelligente” con Boosta, il confronto con questi due mostri sacri ha influito?

Sicuramente ogni incontro ti aiuta, soprattutto ad alzare l’asticella. Oltre a Daniele e Davide (Boosta), penso alle mie collaborazioni con Manuel Agnelli degli Afterhours. Mi sono impegnato molto peerchè volevo ci fossero meno filtri possibili, il messaggio del disco doveva essere la sua immediatezza.

Torniamo un attimo all’arte, al tuo cognome, ai tuoi avi greci, penso subito alla tua esperienza per “Che tempo che fa” di suonare in modo itinerante le canzoni che hanno fatto la storia del cantautorato italiano nei vari musei della penisola, quanto questa esperienza ti ha regalato come crescita artistica?

In realtà ti correggo, non erano solo musei ma anche piazze, statue, ecc. E’ stata una esperienza incredibile ed indescrivibile, davvero. Quando vai a cantare Gaber su un ponte a Venezia ti riinnamori della bellezza dei luoghi, riscoprire l’Italia, la tua terra, con un sottofondo cantautorale che ha segnato la storia, ti spezza il fiato. Ed è per questo che il resoconto di questa esperienza – che ho racchiuso nel mio secondo album – l’ho voluto chiamare “A ritrovata bellezza”, che racchiude bene il binomio Italia – musica d’autore.

Dopo un album di esordio nel 2013,il battesimo del fuoco l’anno successivo al Festival di Sanremo con il brano “Babilonia” che ti ha  lanciato al pubblico come “nuovo cantautore maturo” sulla scena nostrana. Venivi da una lunga gavetta, da lì è stato tutto in discesa?

Ma no, assolutamente. Nella musica si sta come sulle montagne russe, non è mai tutto in discesa, così come non ti puoi rilassare un secondo, una montagna russa sempre in azione.

A proposito di Sanremo, ormai è una kermesse popolata per lo più da cantanti provenienti dai vari talent show, qual’è la tua posizione in merito?

 Beh, quest’anno ho anche collaborato con Manuel Agnelli nella scrittura di un brano per un talent, in quel caso però avevo la garanzia di Manuel e del suo pensiero.

I talent se sono presi come possibilità di arrivare a più persone possibili, sono appunto una possibilità, ma essendo comunque programmi televisi, alle volte rischiano di mettere lo show davanti alla musica, che a sua volta passa in secondo piano. Io penso in sostanza che ognuno deve essere coerente con se stesso e con la propria arte, io ho fatto un percorso diverso rispetto a quello dei talent, proprio per coerenza col mio essere.

“Poco cuore e molti social” – dici. Hai la sensazione che siamo una generazione insofferente e che vorrebbe sempre essere altrove e con qualcun’altro?

E’ un periodo in cui è importante essere presente sui canali che ti permettono di metterti in contatto con altri, l’importante è non snaturarsi.

Ciò che mi fa riflettere è, invece, l’abuso di questi, ad esempio quando si è a cena con amici e ci si estranea maneggiando il cellulare, è come se volessimo sempre essere da un’altra parte, e questo non è giusto.

Diodato “Cosa siamo diventati” lo abbiamo detto, ora ci dici “Cosa vorrai ancora diventare”?

Beh, questo lo scoprirò in questi mesi, per ora sono molto concentrato sull’album, anche se mi soprendo alle volte quando mi rendo conto di essere già proiettato su nuovi progetti.

Di sicuro non vorrei far passare troppo tempo per un nuovo disco, è importante che inizi a dare continuità al mio lavoro.

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