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Diodato: Un pazzo con la testa sulle spalle

Antonio Diodato è un giovane cantautore nostrano che da poco ha esordito sulla scena italica con l’album “E Forse Sono Pazzo” (uscito il 26 aprile per Le Narcisse). Lo sento per telefono in un assolato pomeriggio bergamasco, leggete e capirete quello che ci siamo detti.

Ciao Antonio. Innanzitutto, visto che non ne so molto nemmeno io, vorrei chiederti: com’è nato questo progetto musicale?
Diodato è essenzialmente nato come progetto di un solista, ovvero io, un cantautore che poi ha incontrato musicisti, ha cercato musicisti di un certo tipo. Una volta trovati, ho incominciato ad arrangiare i brani e infine è arrivata l’ulteriore sicura del produttore artistico, Daniele “Il Mafio” Tortora, e da questo incontro è venuto alla luce “E Forse Sono Pazzo”.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al pubblico con questo disco? Mi è sembrato il lavoro di un cantautore giunto alla maturazione, più che di un debuttante.
Ah, ti ringrazio! Beh, diciamo che già dal titolo l’idea di base è quella di una certa follia che ci vuole oggi per fare musica. Quindi si tratta di questo, oltre il fatto che tale titolo è anche uno dei brani dell’album, che non parla poi di tale concetto in effetti, però ho voluto usare quelle parole.
All’interno dell’LP stanno tutti i miei vent’anni; ho dovuto affrontare una lunga gavetta di live, tanto lavoro e ci ho messo anche molto a trovare le persone giuste con cui lavorare. Dopo averle incontrate sono riuscito a ‘rinchiudere’ all’interno di un disco, a fermare in un certo senso, la mia vita. Ora in molti mi stanno dicendo che non sembra un primo album, ma spero in realtà di migliorare tantissimo da adesso in avanti.

Già, che non sia l’apice a cui segue il declino. Ma da come mi è parso non sarà così, anzi.

Speriamo (ride)!

Parlando appunto dei tuoi vent’anni, oggi stavo riascoltando “Capello Bianco” che è uno dei pezzi che ho preferito, in particolare quando dici “Come si può sfiorire pur stando fermi?”: come vedi l’invecchiamento e il renderti conto di non essere più quello di una volta?
Quella è la sensazione che provavo vedendo appunto scorrere gli anni, avendo però la costante impressione di non aver fatto abbastanza nel loro corso. Una cosa comune, immagino. Saranno in tanti a pensarla così. E c’è un pezzo anche sulla speranza che invecchiare significhi sempre maturare, benché poi non è detto sia effettivamente così. C’è pure il rapporto fisico dello scoprirsi più vecchio: il capello bianco, la prima ruga… Accorgersi che stai crescendo e- potrebbe forse essere una parola forte- ti stai deteriorando (ride). La giovinezza che va e che tu pensavi fosse eterna, un’illusione che si palesa quando arrivi a capire che non hai ancora fatto abbastanza.

Il brano termina con quasi una luce di speranza che vuole significare che forse sì, invecchiare è anche maturare- nonostante il finale sia molto chitarroso e violento, per mostrare il contrasto che c’è tra quest’idea e la sensazione che in realtà (ride) gli anni migliori stanno passando.

Invece per quanto riguarda il pezzo “Ubriaco” (di cui ho visto pure il video) che cosa puoi dirci?

Indubbiamente è un omaggio alla musica italiana, al cantautorato italiano e anche nelle sonorità richiama un po’ certe ballate degli anni Sessanta italiane, o almeno questa era l’intenzione. Si tratta di uno dei brani che hanno riscosso sempre maggiore successo, pure nei live, e ci sembrava giusto partire con quello come singolo (parlo al plurale perché con me c’è un team, dall’ufficio stampa a soprattutto la famiglia musicale che si è creata e che mi supporta ma anche sopporta).
Nel disco c’è un po’ questo mix di cantautorato italiano, che ho scoperto più in là con l’età perché all’inizio lo ripudiavo, e la musica più americana/britannica…

Posso capire, anche a me è capitata una roba simile col cantautorato nostro.

Avevo bisogno di maturare prima di comprenderlo. C’è anche una certa distanza culturale nell’approcciarsi a tale genere: è normale che da ragazzino un Gaber o un Modugno ti faccia storcere il naso. Poi crescendo ti rendi conto che c’è tanto di te in quelle cose e quindi è bello riscoprirle. In questo disco c’è volutamente l’incontro/scontro tra questi aspetti.
[PAGEBREAK] E direi che l’omaggio più grande ai cantautori è “Amore Che Vieni, Amore Che Vai” di Faber. Perché hai scelto proprio lei?
Perché sinceramente mi piaceva tanto; poi perché quando l’ho ascoltata mi son reso conto che c’erano delle cose che pensavo io, ma che avevo realizzato non avrei mai saputo esprimere meglio. Perciò mi son detto “Proviamo a fare una versione più rock, vediamo che viene fuori”. D’altronde c’era il timore di avvicinarsi a un mostro sacro come De André, ma la nuova versione m’è piaciuta e ho pensato fosse giusto metterla nel disco. Me lo dicono anche tanti fan di De André e quindi l’ostacolo forse l’ho superato, per fortuna. Era pericolosissimo. Poi certo, va all’interpretazione: a qualcuno può piacere e ad altri no.

Per le influenze internazionali a chi ti senti più vicino invece?
Io ho ascoltato per tantissimi anni il britpop e il brit rock, cioè Beatles passando per i Pink Floyd e poi tutto il filone degli anni Novanta tipo Blur, Radiohead, che in quel periodo era ciò che veniva trasmesso maggiormente in radio e tv. Lavorando al disco però è saltata fuori molta roba americana, quindi certe sonorità si sono allontanate parecchio dal british di partenza.
Senza dubbio dal mio punto di vista personale della scrittura c’è sempre stato questo tributo al rock inglese; ho amato tantissimo i Radiohead e altrettanto un americano come Jeff Buckley, però sono cresciuto con Beatles e Pink Floyd.
In alcune cose si sente parecchio, in altre meno.

Hai citato i Radiohead e ho letto che avete reinterpretato “Ok Computer”. Racconta un po’.
Sì, collaboriamo spesso con un posto qui a Roma, l’Angelo Mai, posto occupato che ha una produzione artistica eccezionale. Una delle idee del collettivo Bluemotion era la proposta di un long playing, praticamente suonare un disco dall’inizio alla fine: il sogno di vedere e ascoltare live l’album che hai tanto amato. Sarebbe stato bello lo avessero suonato i Radiohead stessi, però (ride)… E quindi hanno scelto degli artisti che si prestassero e fossero idonei a determinati dischi e quando ci hanno proposto “Ok Computer” siamo stati molto felici, ne è venuto fuori un concertone pazzesco.

So che hai suonato con i Luminal in occasione del Primo Maggio a Taranto. Com’è stato per te questo evento?
Per me è stato meraviglioso, perché ho provato davvero un senso di meraviglia. Mi aspettavo una bella manifestazione, ma non di certo così bella. Veder risvegliarsi una città che non aveva mai visto una cosa del genere e artisticamente parlando suonare davanti a venti, trentamila persone è stato adrenalinico. Salire sul palco e non solo è stato emozionante, perché finalmente avevi la sensazione che lì certe cose dette ritrovassero un significato profondo, che un concerto del Primo Maggio avesse finalmente senso soltanto a Taranto. Dove si può parlare di lavoro se non in un posto così? Poi in Italia ce ne sono tanti, però certo lì c’è ora una situazione veramente drammatica e irrisolta e un po’ trascurata dai media.

Dopo il polverone alzato dalla magistratura sembrava tutto sistemato e invece non è cambiato assolutamente alcunché; la gente continua a non lavorare, perché pur essendo uno dei poli industriali più grandi d’Italia c’è il 40% di disoccupazione, uno dei tassi maggiori nella penisola. C’è qualcosa che non va, al di là del problema del lavoro. Pensa all’argomento della salute, che è assurdo. C’è una mancanza di civiltà o comunque di presupposti su cui si dovrebbe basare la nostra società, che invece lì vengono calpestati ogni giorno. Suonare in un posto in cui c’era una carica emotiva talmente forte- ogni cosa che dicevi andava al pubblico, il quale poi te la rimandava indietro- per me è stato incredibile.

Ci ho vissuto qualche anno a Taranto, inoltre, quindi era veramente importante per me. E ora spero ce ne saranno altri e che non si fermi tutto a un Primo Maggio, perché la gente vuole vedere un futuro (non ce l’ha adesso): ben vengano tutti questi concerti e manifestazioni. Tutto ciò che riesca a far riaccendere l’attenzione mediatica.

Per il tuo futuro invece cosa vedi?
Credo che oggi i dischi abbiano senso sì, per metterci dentro un pezzo della tua vita in musica, ma soprattutto per suonare in giro e perciò spero di suonare il più possibile e contemporaneamente dedicarmi ad altre e nuove cose. Per il momento mi piacerebbe girare con “E Forse Sono Pazzo”, mentre più in là ci sarà un nuovo disco.
Adesso abbiamo una data vicino a Roma e poi stiamo vedendo per i festival di quest’estate; tanta promozione e poi autunno-inverno a muoverci per l’Italia in lungo e in largo. Questo è ciò a cui penso come futuro musicale.
A un certo punto mi fermerò per raccogliere le idee e concretizzarle in studio con un nuovo album, probablilmente l’anno venturo.

C’è qualcuno con cui vorresti collaborare?

Per ora è prematuro parlare di nomi specifici, ma sicuramente nel panorama musicale indipendente italiano (anche se non mi ritengo di appartenere proprio all’indie come genere) c’è bisogno di sostenersi a vicenda ed essere solidali. Di solito i gruppi del settore si vedono male tra loro e finiscono per farsi guerre tra i poveri. Non so per cosa lottino, ma c’è questa sensazione di rivalità che non comprendo. Io sono uno peace and love (ride), sono per il darsi una mano.

Con questa immagine di solidarietà saluto Diodato, sperando che più prima che poi riesca a giungere su al grigio Nord durante la sua tournée.

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