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Disco Drive: What are you talking about?

Grazie a due dischi riusciti, qualche mini, live emozionanti ed energici e un’attitudine sempre tesa all’evoluzione, i Disco Drive sono ormai una realtà indie riconoscibile e riconosciuta all’interno del panorama italiano. Al MIAMI non si smentiscono e la loro performance è uno degli highlight della manifestazione. Poco prima del concerto incontriamo il chitarrista Alessio Natalizia, poi raggiunto dal resto del gruppo.

Come sono andati i tour in Europa? Come siete stati accolti?
Molto bene, andare fuori è sempre divertente Le recensioni sono positive, ma è faticoso, chiaramente in Italia abbiamo raggiunto un minimo di livello, mentre in Europa siamo pressoché sconosciuti, a parte qualche paese come la Germania o l’Inghilterra. Siamo stati ora in Norvegia, è stato fighissimo anche se non ci conosce nessuno. Sono esperienze diverse, anche per come è concepita la musica. Oltre a esserci una maggiore apertura, negli altri paesi c’è anche più professionalità, più preparazione culturale. L’Italia è un po’ il terzo mondo dal punto di vista musicale, soprattutto a livello indipendente. In Europa è questa la musica nuova: ciò che qui è fermo in una nicchia, in Europa arriva in classifica e sui giornali; i giornali tendono sempre a spingere i gruppi del loro paese, pensa ad esempio all’Inghilterra. In Italia non accade mai.

I giornali fanno ancora opinione secondo te?

L’industria discografica è sprofondata in una situazione disastrosa, si produce troppo e si vende poco; i giornali un minimo di opinione la possono ancora fare. È fondamentale che si sensibilizzi il pubblico sul valore dei gruppi italiani, che si faccia capire che possono essere al livello dei gruppi stranieri. Questo servirebbe, soprattutto a lungo termine, ma purtroppo è una cosa che non esiste.

Avete qualche gruppo o qualche artista che considerate un esempio al di là dell’influenza strettamente musicale, per come si è evoluto nel tempo o per come ha gestito la propria carriera?
Sì, in effetti ce ne sono tanti. Ecco, a noi piacciano gli artisti che cambiano, siamo aperti a tutto, eclettismo sempre! Siamo grandi fan del krautrock, e il mio artista preferito di sempre è Arthur Russel. Gruppi che cambiano sempre le carte, che non si ripetono mai, che hanno sempre voglia di sperimentare pur mantenendo un loro stile. È quello che ci piacerebbe diventare.

State già lavorando al nuovo disco? A che punto siete?
Per il nuovo disco abbiamo deciso di non scrivere niente in anticipo, andiamo in studio e lo facciamo lì. Abbiamo delle idee, dei loop, dei ritmi, ma nessuna canzone vera e propria. Staremo in studio per un mese e mezzo e butteremo giù il disco, per studiare di più i suoni e lavorare sulle atmosfere… sicuramente fare una cosa del genere in Italia sarà un disastro, ma chissenefrega!
Stiamo decidendo adesso chi sarà il produttore. L’idea è di fermarci dopo le date estive e stare in studio fino a novembre per far uscire il disco nei primi mesi dell’anno prossimo.

Questo tipo di utilizzo dello studio di registrazione è stato applicato anche per la realizzazione del disco precedente?

Il problema di usare lo studio è semplicemente un problema di soldi. Per un gruppo piccolo come noi affittare uno studio per periodi prolungati è sempre difficile. Adesso abbiamo iniziato a lavorare un po’ da soli, in casa, con i computer, questo semplifica notevolmente le cose a livello economico.
Per quanto riguarda il disco precedente c’erano già dei pezzi scritti e completi, mentre altri sono stati realizzati in studio. Una via di mezzo, quindi.
[PAGEBREAK] Com’è nata invece l’idea di utilizzare due batterie?
Non è stata una scelta pensata. All’inizio siamo partiti con una batteria, poi io ho iniziato a suonare un altro rullante in alcuni pezzi; poi abbiamo aggiunto un timpano, e infine tutta la batteria. Dove proviamo ci sono un casino di batterie sparse per la sala, quindi l’idea è nata cazzeggiando. Anche nei pezzi nuovi ci saranno principalmente due batterie: la chitarra mi ha un po’ stufato, come mi hanno stufato i gruppi rock canonici, e preferisco usare anch’essa come se si trattasse di uno strumento a percussione. E poi è divertentissimo! Io mi diverto molto di più a suonare la batteria!

In un modo o nell’altro avete fatto parte del periodo dell’esplosione del punk-funk. Cos’è stato per voi, come l’avete vissuto?
È strano, perché oggettivamente sembra una bugia, ma noi non sapevamo niente del punk-funk! Noi venivamo da altri ascolti, che erano legati principalmente al punk, come ad esempio ai Fugazi o alla scena di Washington. Io non avevo mai ascoltato i Gang Of Four in vita mia, poi in realtà quando li ho ascoltati ho detto: be’, sì, in effetti…
Secondo me la ragione sta nel fatto che se un gruppo inizia in un determinato momento è anche influenzato da ciò che c’è in quel periodo, e ai tempi c’era quello. Adesso ad esempio, c’è… c’è il mio batterista! Coinvolgiamolo!
Comunque, quando poi abbiamo scoperto i Gang Of Four e il Pop Group ad esempio, chiaramente ci hanno influenzato; ma è accaduto per pezzi che alla fine abbiamo buttato, perché ci sembravano davvero troppo punk-funk. Il primo disco veniva da ascolti che non c’entravano assolutamente nulla.
Iacopo) Giusto. Confermo!

Ho trovato molto carino il video che avete realizzato per “It’s a long way to the top”. Com’è andata?
(Nel frattempo arriva anche Matteo, bassista)
Iacopo) È stato faticosissimo, dovevamo saltare continuamente.
Matteo) Sì, anche perché faceva un caldo bestiale, avevamo le tute, i caschi e degli stivali di gomma dipinti con le bombolette, veramente uno schifo.
Alessio) Alla fine il risultato è stato effettivamente interessante, ma nel complesso non lo rifarei!
L’idea per il video è venuta dal regista; e a noi è piaciuta perché, per le canzoni e per qualunque altra cosa facciamo, riteniamo che se una singola idea è forte e intelligente basti e avanzi.
Iacopo) Non volevamo fare il classico video con la classica storiella, con la ragazza che si sveglia…
Alessio) …E poi per un gruppo sconosciuto, a livello televisivo questa cosa funziona. Una persona che non ci conosce e vede il video magari si ricorda l’idea.

Suonate dopo i Sottopressione, stasera…
Alessio) Come dire… no, vabbè, non dico niente. Io sono contrario alle reunion in generale, poi in ambito punk hardcore le trovo veramente delle bestemmie. Lo facessero per i soldi, almeno!

Quando scrivete, mantenete volontariamente bilanciate la melodia e la ruvidità, in modo razionale? Potreste anche fare un pezzo pop pulito e tradizionale, ad esempio?

Alessio) Certo, noi siamo bravissimi! (risate)
Iacopo) Magari il pezzo pop pulito l’abbiamo già cercato e non ci è venuto.
Alessio) Ma, guarda, noi pensiamo di essere pop.
Iacopo) Poi dipende da chi ci rapporti.
Alessio) Se ci paragoni agli Amari non siamo pop, se invece ci rapporti agli Zu, allora siamo pop. A noi interessa sempre mantenere la forma canzone, ci piace fare le canzoni, anche se poi alla fine del pezzo mettiamo cinque minuti di freakout (risate). Non so se riusciremmo a fare una canzone pop stile Sanremo. Ma in realtà che ci vuole, sono tutte uguali!
Iacopo) Sì, penso sarebbe poco stimolante.

E cosa mi dite delle armonie vocali presenti nel vostro ultimo disco? Come le avete ottenute?

Iacopo)È stato tutto molto voluto. Molte delle voci presenti nel disco non sono in realtà delle voci vere, sono dei loop. Ci piaceva usare anche la voce come uno strumento e non come quella cosa che dice le parole.

Bene, io avrei finito. Avete qualcosa da aggiungere?
Iacopo) Bello il MIAMI, sembra di essere nella collezione di tutti i concerti che hai fatto nella vita, incontri tutti.
Alessio) Però la mia domanda è: ma qualcuno viene per la musica?

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