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Disharmonic Orchestra: Sul bisogno di disarmonia nel mondo

“Ciao, posso parlare con Daniele Ferriero, per favore?”
Poche lapidarie parole, ma un effetto lancinante nei confronti del sottoscritto, che, in tutta sincerità, tutto si sarebbe aspettato a parte trovarsi di fronte un disponibilissimo Patrick Klopf, cantante e chitarrista del caleidoscopico combo tedesco, intento a parlare in un onestissimo italiano intercalato a più riprese da “Dio bono!” e interiezioni simili. “L’ho studiato a scuola e poi un mio amico è italiano e non sa una parola di tedesco”, spiega. Risolto questo mistero, mi accingo a fare qualche domanda ad un interlocutore che, oltre ad aver dimostrato un’intelligenza e un’ispirazione notevole con il suo gruppo (diffidate di chi ha liquidato i D. con qualche parola lasciata al vento ed un paio di riferimenti buttati a caso tra il marasma thrash dei Bei Tempi Andati), si dimostra simpatico e alla mano. Basta lasciarsi ammaliare dal gioco della semplicità e metà cammino è già fatto.

Prima di tutto, mi sento di sottolineare e, in qualche modo, mettere in evidenza, l’attitudine che vi ha portati ad avere un approccio così semplice e, al tempo stesso, profondo alla musica. Sembra davvero che prendiate semplicemente gli strumenti in mano e vi mettiate a suonare ciò che vi gira per la testa. In questo senso c’è qualche gruppo che vi sembra abbia la stessa attitudine? E quali sono in questo momento i vostri ascolti preferiti, quelli che in qualche modo possono avervi influenzati sia in questo senso, sia dal punto di vista prettamente musicale?
Be’, la risposta è semplice, (ride) noi facciamo semplicemente ciò che ci passa per la testa. Suoniamo quello che vogliamo, dove vogliamo e quando ci va. Quindi è davvero tutto il più naturale possibile. Senza contare che le nostre influenze sono molto varie, dai “classici” del genere, all’elettronica digitale di Autechre e Aphex Twin, che amo davvero molto. Ci piace sperimentare, insomma.

Infatti volevo farti una domanda proprio a proposito dell’etichetta Warp e dei suoi gruppi, (Autechre, Aphex Twin, Boards of Canada, Vincent Gallo, etc).
Ecco, vedi, la Warp è un’etichetta che mi piace moltissimo all’interno della scena elettronica. Sperimentale e stimolante. Siamo un po’ sulla stessa lunghezza d’onda. Infatti noi operiamo un po’ così, c’è chi se ne esce con un riff, chi con qualche idea particolare e così via, tutto il più naturalmente possibile.

Il discorso sfocia, con molta naturalezza appunto, verso qualche scambio di opinioni e idee sulla scena in questione, fino ad arrivare alla fatidica e banale domanda: pensi che il mondo della musica elettronica rappresenti in qualche modo il futuro del metal e della musica estrema in generale? Ci sono anche vari gruppi, un tempo dediti al black metal più classico e standardizzato, che si sono lasciati andare a queste contaminazioni. Sembra essere un po’ la moda del momento, ecco.
Magari è così. Può essere. Ma, diciamo che il problema del metal in generale è proprio quello di essere molto di “base”, chiuso e canonizzato. Insomma molti ascoltatori si rifugiano in un singolo genere e lo stesso fanno i gruppi. Ti faccio un esempio: adesso noi abbiamo fatto questo disco con parti di metal dure e un po’ di elettronica. Ed ecco che ci sono arrivate mail con scritto “Madonna, ma che cosa state facendo?! Metal con elettronica?!?” e cose del genere. Io penso che non conti lo stile, non conti fare metal o che altro, ma l’importante sia solo fare qualcosa di nuovo, di mai sentito prima, qualcosa che senti in prima persona di dover fare. Non ci interessa fare sempre la stessa roba. La gente si stufa, no?

Nel panorama attuale c’è qualche gruppo che ti ha colpito in qualche modo, magari evidenziandosi per il suo essere “nuovo”?
Qualche gruppo che incorporava sia elementi atmosferici che spunti più duri mi è piaciuto, ma molti non sono proprio recenti. Non so, dimmi qualcosa te.

Per esempio la scena cosìdetta “postcore” di Breach, Neurosis…(mi interrompe, n.d.r)
Ma non sono mica tanto nuovi! I Neurosis suonano da un sacco di tempo. Comunque, sì, li conosco e mi piacciono moltissimo. Hanno sempre fatto un tipo di musica molto dura, inserendo elementi diversi tra loro. Mi piacciono anche gruppi vecchi come gli Swans o i Killing Joke, tutta gente che ha sempre fatto qualcosa di nuovo o almeno ci hanno provato.
[PAGEBREAK] Invece come vedi il ruolo del musicista contrapposto all’ascoltatore / fan? Cosa ricerchi nella musica?
Non so cosa dirti, è complicato. Quando faccio musica, come è logico che sia, c’è sempre emozione dentro. Ogni volta che entriamo in sala prove, ogni giorno che passa è diverso. Magari un giorno qualcuno propone un riff, e il giorno dopo non piace più a nessuno. Dipende da molte cose, dipende dalle emozioni che ciò che stai provando ti suscita, dal tipo di rapporti che hai con chi ti sta intorno, dallo stato emotivo in cui ti trovi…

Ci tenevo anche a domandarti una cosa particolarmente banale, ovvero l’origine del vostro nome e il motivo della scelta di intitolare “Ahead” il vostro nuovo album. Per caso implica una qualche presa di posizione nei confronti del resto del panorama musicale?
Allora, non so se conosci la nostra storia e la nostra produzione..

Sì, e, a proposito, volevo anche chiederti se avete in programma qualche video, perché ricordo quello di “Stuck In Something” che era davvero molto bello.
Sinceramente non so, lo spero naturalmente! Il video di cui parli era molto carino sì, ai tempi girava su Headbangers’ Hall, ed è stato girato anche con l’aiuto di un amico di New York, è molto particolare.

Dei testi cosa puoi dirmi, invece? Sinceramente ho capito solo le liriche di “The Love I Hate”.
Diciamo che i testi sono molto “free”, realistici ma lasciati all’ascoltatore, come anche la cover del disco in un certo senso. Vogliamo sia la gente ad interpretare le nostre parole, perché pensa in maniera diversa da noi. Ma anche tra i nostri stessi ascoltatori ci sono persone con gusti e mentalità diverse. Sì, siamo un gruppo un po’ strano o almeno così ci descrivono, ma non lo facciamo apposta. Siamo così e veniamo fuori così, molto semplicemente. Hai capito?

Certo! Tornando al discorso del nome, qual è la sua origine?
Risale più o meno al ’89. Io e Martin avevano da poco formato la band e ce ne siamo venuti fuori con un po’ di nomi. Io avevo proposto “Changing Idea” (spero di aver capito bene n.d.r), lui “Disharmonic Orchestra” ed effettivamente ques’ultimo suonava meglio! (ride n.d.r) Ci piaceva il paradosso, noi iniziavamo da zero, senza saper fare praticamente niente. Avevo appena comprato la chitarra elettrica, a vent’anni mi pare. Eravamo molto “disharmonic”, dio bono! E sicuramente non eravamo un’orchestra, no? (ride n.d.r)

E la scena metal odierna? Cosa ne pensi? La segui ancora?
No, sinceramente non la seguo più molto. È un po’ il problema di cui parlavamo prima. Tutti a fare le stesse cose, poca innovazione etc.

Sì, però permettimi di dirti che in questo senso anche la vostra stessa etichetta non aiuta molto. Spesso butta fuori gruppi tanto per il gusto di. Voi come vi trovate con la Nuclear Blast, sia dal punto di vista del supporto promozionale che da quello umano?
Sai, noi siamo in giro da molto tempo e le cose sono molto cambiate. Quando abbiamo iniziato con la Nucler Blast c’erano solamente Pungent Stench, Benediction e anche i Defecation con noi, a suonare musica estrema. Ai tempi l’etichetta consisteva solamente in una stanza e (dice il nome del capoccia della N. B. che, sinceramente, non ho capito n.d.r.) viveva ancora con i suoi genitori. Adesso è ben diverso, è una vera e propria azienda, molto grossa e professionale. Certo, il clima non è più lo stesso, ma, grazie alla loro professionalità possono sostenerci in tutto il mondo e questo per noi è molto vantaggioso, no?

E dal punto di vista umano?
Be’, è diverso. Un po’ più freddo, sì, ma non necessariamente peggiore. Voglio dire, loro fanno quello che devono fare e stop. Spesso capita di lavorare o essere in contatto con persone che non conosci. Non ci sono più contatti stretti, a parte con chi conosciamo dagli inizi, naturalmente.
[PAGEBREAK] Mi racconti qualcosa del nuovo bassista e del perché siete tornati a suonare dopo ben otto anni?
Herwig in realtà è con noi più o meno dall’inizio, c’è poco da dire. Lo conosciamo da tanto e quindi ci siamo trovati subito bene. Sul perché siamo tornati si può solo dire che avevamo voglia di farlo. Eravamo motivati. Volevamo riformare il gruppo e ricominciare, poi Mikael (spero sia giusto n.d.r.), il capo della Nuclear Blast, ci ha contattati e chiesto se per caso avessimo intenzione di fare qualcosa e noi ci siamo semplicemente messi lì e abbiamo fatto quel qualcosa insieme.

Tour?
Abbiamo un mini tour tra poco e dopo speriamo di poter farne uno più grande che passi anche dall’Italia, magari. Se qualcuno vuole darci una mano (ride n.d.r.)

A proposito dell’Italia, conoscete qualche gruppo nostrano?
Sì, per esempio i Linea 77 (e qui si lancia nel racconto di un aneddoto riguardante Linea, un amico e un sito internet. n.d.r)

Per concludere, dove avete preso l’ultima traccia, la ghost track? Per quanto buffa è anche piuttosto carina.
Ah ah ah! L’abbiamo trovata girovagando su Internet, per poi scoprire che era una canzone incisa in gioventù dal padre del nostro batterista!

Ringrazio ancora il buon Patrick per disponibilità, cortesia, simpatia e semplicità. Rinnovo i miei complimenti, sperando di sentire presto buone nuove dai Disharmonic Orchestra.

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