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Disney on Disney: Walt e i documentari

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Non ci si può aspettare che dietro una pietra miliare del cinema americano come “Mary Poppins” non ci sia una storia travagliata. Non si lascia un solco così profondo su un terreno così duro senza provare una fatica eccezionale.

La Disney, il maestoso impero lasciato al mondo dal suo fondatore Walt, non ha mai rivelato volentieri le fatiche, i momenti difficili, gli errori imbarazzanti nascosti dietro le sue produzioni coloratissime e gioiose. Questa reticenza, se non vogliamo chiamarla ipocrisia, ha portato nei decenni a una serie di scetticismi sulla figura di Walt e sulle sue creazioni. Non si contano gli articoli e i libri scritti sul lato oscuro del celeberrimo Walt Disney.

Gli studios di Burbank però in molti casi hanno raccontato la loro versione. L’intenzione magari era quella di mettere a tacere le dicerie incontrollate; il risultato è stato invece quello di gettare benzina sul fuoco. Quando la Disney racconta se stessa lo fa con la stessa leggerezza e la stessa libertà di adattamento della realtà dei suoi film di finzione, a cui nessuno può credere.

La Disney si raccontò già nel 1941 con il film “Il drago riluttante” (in altre versioni “recalcitrante”), un lungo dietro le quinte romanzato che prestava il fianco anche a una serie di produzioni inedite mostrate come film dentro il film. Inutile dire che gli studios sembravano un allegro circo di artisti agli ordini del capocomico Walt. Successivamente, negli anni 50 e 60, Walt Disney stesso conduceva un programma televisivo dove spesso e volentieri svelava come si facevano i cartoni animati, o mostrava bozzetti o canzoni inedite e in anteprima. “Il drago riluttante” e la serie televisiva “Disneyland” si possono trovare oggi in tre cofanetti in DVD della serie dei “Walt Disney Treasures” (questo, questo e questo), purtroppo pubblicati soltanto negli Stati Uniti.

Nel 2008 la Disney ha prodotto tre nuovi documentari su alcuni dei momenti più importanti della sua storia, quei momenti di cui i fan avevano soltanto sentito parlare saltuariamente nei contenuti extra di qualche DVD.

Walt & El Grupo” racconta del leggendario viaggio in Sud America intrapreso da Walt Disney e alcuni dei suoi migliori animatori. Da questo viaggio sarebbero poi nati i film “Saludos Amigos” (1943) e “I tre caballeros” (1945).

Il risveglio della magia” (“Waking Sleeping Beauty”) è l’unico di questi tre documentari arrivato in Italia, trasmesso in TV su Rai 1 nel 2011. Il film riguarda il periodo turbolento a cavallo fra gli anni 80 e 90, quando la Disney riuscì a risorgere da una profonda crisi creativa e finanziaria, cominciata dalla morte di Walt, grazie a una nuova gestione societaria e a una fortunata serie di incontri fra artisti. Così nacquero i grandi musical dell’era moderna come “La Sirenetta”, “La Bella e la Bestia” e “Il re leone”, e la Disney conobbe una nuova età dell’oro. Né questo documentario, né l’altro (autorizzato ma non prodotto dalla Disney) “The Pixar Story“, che raccontano più o meno gli stessi anni, forniscono un giudizio imparziale sull’incrinazione del rapporto fra la Disney e uno degli artefici del suo risveglio: quel Jeffrey Katzenberg che poi avrebbe lasciato la Casa del Topo e fondato il suo primo vero concorrente, la DreamWorks Animation.

Il terzo documentario è quello che oggi ci interessa di più, poiché in questo film si può scorgere il precursore dell’idea alla base di “Saving Mr. Banks“, in arrivo nelle sale italiane il 20 febbraio (qui la nostra recensione). Parliamo di “The Boys: The Sherman Brothers’ Story“. I fratelli Robert e Richard Sherman sono stati un fenomeno che oggi si farebbe molta fatica a replicare. Il loro lavoro per la Disney (e non solo) ha contribuito al successo mondiale di molti film di quell’epoca.

Probabilmente solo gli Sherman, fra tutti gli artisti giganteschi che hanno servito Walt Disney, possono rivendicare una paternità e un’impronta quasi indipendente da quell’ingombrante marchio con la D, tanto che alcuni loro lavori davvero indipendenti (come il film del 1968 “Citty Citty Bang Bang”) ancora oggi li si confonde per produzioni disneyiane, quali invece non sono.

Il capolavoro insuperabile e tutt’ora insuperato dei fratelli Sherman è il film “Mary Poppins“. Le canzoni della tata e dello spazzacamino più famosi del mondo sono diventati, ognuno nel suo caso, quasi degli inni che chiunque oggi conosce e quasi si porta la mano sul cuore al solo fischiettarli. Alcune canzoni, in particolare quella finale, la bellissima e liberatoria “Let’s Go Fly a Kite” è cantata non dai due protagonisti del film ma dal signor Banks, il padre dei bambini interpretato da David Tomlinson.

Questa figura paterna, che si prende l’eroica briga di allietare il finale dopo essere stato quasi il cattivo per tutto il film, ha ispirato la storia di “Saving Mr. Banks”, ovvero l’analogia fra il signor Banks di “Mary Poppins” e il padre della scrittrice inglese P.L. Travers, autrice dei romanzi da cui il film fu tratto, e corteggiata per vent’anni da Walt Disney per ottenerne i diritti.

“Saving Mr. Banks” non è solo “l’autoritratto” postumo dell’impero Disney, ma illumina anche due figure fondamentali della storia disneyiana, P.L. Travers e i fratelli Sherman, che pur tirando la fune dai due capi opposti hanno modellato il capolavoro “Mary Poppins” come oggi lo conosciamo e che non riusciremmo a immaginare diversamente.

In questa galleria di autoritratti disneyiani c’è un dipinto apocrifo. Si tratta del documentario “Walt Disney e l’Italia“, produzione esclusivamente italiana che accompagna l’uscita nelle sale di “Saving Mr. Banks” (è uscito nei cinema The Space il 10, 11 e 12 febbraio e ha debuttato in TV su Rai 1 la mattina di sabato 15 febbraio). Intervistando celebrità italiane ma anche artisti vecchi e nuovi che hanno lavorato a contatto con Walt stesso o con la sua eredità (ad esempio la Disney Italia, principale produttrice di fumetti disneyiani), si ripercorre la storia dei suoi rapporti con l’Italia, le sue visite nel Bel Paese e il segno che ha lasciato su noi italiani in particolare.

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