Home > Recensioni > Disobedience

Il cileno Sebastián Lelio, al cinema in questi giorni con “Disobedience“, ha collezionato in pochi anni una serie di grossi successi internazionali: il suo “Gloria” (2013) ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino per l’interpretazione di Paulina García, mentre col successivo “Una donna fantastica” (2017) è arrivato addirittura l’Oscar per il miglior film straniero.

Meno geniale del più celebre e celebrato conterraneo (e amico) Pablo Larraín, Lelio è comunque autore di un cinema umanista, vario negli argomenti ma molto coerente; una coerenza che è ancora più evidente se si conoscono i suoi primi film — “Navidad“, “La sagrada familia” e “El año del tigre” — inediti in Italia ma proposti qualche anno fa dalla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro. Il cuore della visione del mondo di Sebastián Lelio — ne parlavamo anche l’anno scorso nella recensione di “Una donna fantastica” — sta nel legame tra libertà e solitudine, un legame tracciato senza alcun pessimismo, ma anzi con grande vitalità e rispetto per i sentimenti umani. Ciò che Lelio vuole scardinare è piuttosto la regola sociale, la costrizione dettata dalle convenzioni, la gabbia in cui l’istituzione familiare vorrebbe intrappolare i propri figli. Su questo punto il cinema di Lelio è sempre stato chiarissimo: se una salvezza c’è, non sta nella famiglia.

Lungo ma necessaria premessa per inquadrare correttamente “Disobedience“, il suo primo lungometraggio in lingua inglese, nato come coproduzione tra Regno Unito, Irlanda e Stati Uniti, e tratto dal romanzo d’esordio di Naomi Alderman (2006, in Italia edito da Nottetempo), diventata poi molto popolare con “Ragazze elettriche”.

Ronit (Rachel Weisz) torna a Londra dopo la morte del padre, un importante rabbino; scappata a New York tanti anni prima per lasciarsi alle spalle la soffocante comunità ortodossa della sua infanzia, Ronit ritrova gli adorati amici d’un tempo, Dovid (Alessandro Nivola) e Esti (Rachel McAdams), e scopre con sorpresa che sono diventati marito e moglie. Sorpresa, perché da ragazzine Ronit e Esti si sono amate, e Dovid è stato il discepolo prediletto del padre di Ronit, tanto che ora tutti vedono in lui il naturale successore del rabbino. Quando la passione tra Esti e Ronit prevedibilmente riaffiora, gli equilibri si rompono.

Lelio e la co-sceneggiatrice Rebecca Lenkiewicz (“Ida” di Pawel Pawlikowski) sfrondano con decisione il testo di Naomi Alderman, rendono più essenziale la caratterizzazione dei personaggi e intervengono in modo interessante sul finale: sul grande schermo la storia di Ronit, Esti e Dovid si chiude con una dolorosa ma liberatoria («You are free») riflessione sul libero arbitrio, inteso come affermazione individuale e accettazione della responsabilità di esistere. Il film risolve così in maniera più sintetica, e perciò più centrata, il rapporto dei protagonisti con la religione, che nel libro di Alderman era appesantito da tante, troppe spiegazioni, quasi a voler trovare nell’ebraismo una (non richiesta e non necessaria) legittimazione al sentimento amoroso tra donne.

Per le Esti e Ronit create da Lelio, l’amore e il desiderio che le legano non devono essere accettati perché giusti, belli o addirittura voluti da Dio, ma perché frutto della loro intima essenza e, soprattutto, della loro volontà. «I wanted it to happen», ho voluto che accadesse, dice Esti a Dovid. Ed è infatti l’apparentemente fragile Esti quella che, con azioni e parole, incide di più sulla realtà e fa succedere le cose, dal ritorno a casa di Ronit alla catena di eventi che ne segue.

Il rapporto dialettico tra individuo e realtà esterna viene espresso da Lelio anche visivamente, con un uso ragionato della messa a fuoco: lo si nota, ad esempio, nelle scene di gruppo ma in particolare nel monologo finale di Dovid. Del resto la messa a fuoco è il modo in cui lo sguardo cinematografico esercita una scelta, gestisce il rapporto tra personaggio e sfondo, e decide su quale elemento del quadro va diretta l’attenzione dello spettatore. È corretto, allora, che durante quel monologo fondamentale la macchina da presa faccia fatica a mettere a fuoco Dovid e a fissarne l’immagine, perché Dovid sta ri-definendo se stesso e in relazione all’ambiente che lo circonda.

E poi c’è Ronit, che nel film è una fotografa, e di messa a fuoco dovrebbe saperne parecchio. È proprio un suo scatto, lo scatto che sancisce l’emancipazione ultima e definitiva, a chiudere il film. Libertà e solitudine, appunto.

Pro

Contro

Scroll To Top