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Icona e zenith di un genere

Difficile capire i “come” o i “perché” a diversi anni dall’uscita, ma un insieme di fattori hanno portato questo disco a diventare un pezzo di storia della musica estrema. Dalla voce riverberata di Nödtveidt alla batteria con troppo eco, dal disegno in cover di Necrolord a quel titolo pesante, altisonante, che fa innamorare per forza. Ma soprattutto crediamo siano stati quegli inni, bandiere di un genere, che sono “Night’s Blood”, la title-track e “Where Dead Angels Lie”. I Dissection prendono tutto quello che avevano fatto, lo esaltano all’ennesima potenza compattandolo in soli sei pezzi effettivi (escludiamo intro e outro) che sbaragliano gran parte della produzione musicale del tempo, con uno strapotere di riffing, gusto, tecnica, velocità, padronanza delle atmosfere e dell’ormai “loro” genere, grazie all’esperienza maturata nella capacità compositiva e quella vena creativa sempre più ricca e fiorente. Dal massiccio riff inziale al ritornello a sorpresa di “Night’s Blood”, dalla più usuale pesantezza black di “Unhallowed” agli arpeggi glaciali di “Where Dead Angels Lie”, la ballad dell’album. “Retribution” è una mazzata sui denti suonata a velocità folli, una botta di death-thrash che lascia storditi, per poi prendere fiato con le melodie evocative di “Thorns Of Crimson Death” e godere a metà di quella “Soulreaper”, la meno riuscita del lotto, solo un buon pezzo senza imponente personalità. Se c’è un disco che mette tutti d’accordo è probabilemente questo, i fan del black troveranno le ritmiche tritaossa e le atmosfere glaciali, i fan del death un riffing precissimo e veloce, i più romantici si affezioneranno a linee melodiche, pause e arpeggi. Ad oggi (ed ormai per sempre – R.I.P. Jon Nödtveidt e Dissection, anno 2006), lo zenith della loro carriera compositiva, ma anche di quella corrente black-death di metà anni novanta che non ha più saputo trovare alfieri altrettanto dotati. Da qui in poi il disastro, peccato.

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