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Distopie cartacee e esordi in celluloide

Da ieri anche il pubblico italiano può gustare in sala il secondo capitolo della trilogia distopica di Suzanne Collins, “Hunger Games – La Ragazza di Fuoco” (qui la nostra recensione).
Il successo del primo capitolo ha preso in contropiede anche quanti contavano sull’enorme base di giovani ammiratori dell’epopea cartacea, un vero e proprio fenomeno i cui numeri di vendite e letture analitiche possono scomodare senza rischio di scandalizzare persino la saga di “Harry Potter”, ormai definitivamente entrata nell’orizzonte culturale condiviso a livello mondiale a titolo di classico.

Il lavoro di Suzanne Collins potrebbe sembrare ai meno smaliziati vicino per tematiche, pubblico e genere alla creatura di J. K. Rowling, mentre in realtà tra le due opere c’è un enorme solco, scavato da due sole lette: YA, ovvero Young Adult. Soprassedendo alle differenze qualitative tra il materiale, parzialmente influenzate dal giudizio del singolo lettore, Suzanne Collins è l’esempio forse più celebre insieme a John Green di questa nuova floridissima branca dell’industria editoriale americana e mondiale.

Probabilmente è stato proprio il successo di Hunger Games a dare così forte impulso al filone distopico della letteratura young adult, a tutt’oggi largamente praticato. D’altronde un mondo immaginario che rispecchia in senso peggiorativo le nostre paure sul futuro della democrazia, dell’economia e dell’ambiente fornisce lo scenario ideale per mettere al centro il disagio e la precarietà che già oggi gli adolescenti vivono, radicalizzandoli in una lotta per la sopravvivenza fisica degli stessi. Niente di nuovo anche qui, a meno di ignorare decenni di fantascienza che proprio nelle proiezioni futuristiche dittatoriali, catastrofiche o guerrafondaie proiettava ora le minacce di un conflitto atomico, ora le tensioni della guerra fredda, ora l’incertezza dopo la fine della sovranità mondiale americana, a continuare, decennio dopo decennio, fino ad arrivare ai timori contemporanei.

La saga di “Hunger Games” non può che risultare fresca a un pubblico di giovanissimi lettori, a patto che gli stessi non abbiano avuto modo di fare i conti con la versione giapponese ben più radicale del concetto di “giovani costretti a uccidersi tra di loro per sopravvivere”: “Battle Royale“, tirato in ballo spesso solo per rimarcare la mancanza di violenza esplicita nel primo film della saga. In realtà anche nel primo libro uno dei limiti a uno sviluppo più realistico della lotta nell’arena è proprio la volontà dell’autrice di evitare alla protagonista Katniss Everdeen qualsiasi assassinio men che giustificato. Numerosi contendenti si auto-annullano tra loro, tentano di ucciderla ma finiscono sempre per trovare la morte in altro modo. Le uniche vere uccisioni perpetrate dall’arciera sono ai danni di due individui gretti oltre il credibile, due macchine da guerra che godono nell’uccidere gli innocenti grazie ai meccanismi dell’arena. Per rimarcare il concetto, la mela più marcia del cesto fa una fine atroce, sbranato da cani geneticamente più spaventosi dello standard.

Questa mancanza di mordente si può imputare a tanti diversi motivi, ma non è poi così cinico imputarla ai freni che la Collins si pone pensando al suo target di riferimento, quello dei giovani adulti. Il vero e proprio tradimento della coerenza interna della storia si consuma però quando Peeta e Katniss escono vivi dall’arena, dopo che l’intera costruzione del libro allude al sacrificio necessario del ragazzo e all’altrettanto stringente necessità per Katniss di assassinarlo per tornare dalla sua famiglia.
[PAGEBREAK] Ecco allora il discrimine e il limite principale dello YA: in cosa si differenzia da un libro per adulti se non nel brusco recedere di fronte al finale più logico, anche se brutale? Davvero deve essere questa la letteratura giovanile, coraggiosissima nello scegliersi tematiche e protagonisti, ma incapace di potarli fino alle loro naturali conseguenze? L’adolescente può affrontare un argomento controverso come la malattia, la morte, la negazione dei diritti civili, ma le conclusioni che gli si presentano sono in larga parte filtrate da una mente adulta che decide fino a che punto debba venirne reso partecipe.

Nel secondo capitolo letterario di “Hunger Games” queste reticenze diventano purtroppo più diffuse e prolungate. La scollatura dai presupposti su cui si fondava la distopia iniziale si fa via via più profonda, generando una debolezza crescente nella credibilità del sistema politico su cui si fonda la saga. Via via che le rivelazioni su particolari prima taciuti della sua struttura vengono presentate al lettore, la carica critica del libro si annacqua e diventa sempre più slegata dal realismo a cui si era puntato. A salvare il tomo (e probabilmente il film stesso) intervengono quindi due fattori: la seconda arena, in cui si sostituisce la mattanza con una crudele persecuzione psicologica dei partecipanti, e il triangolo amoroso. Non mi inserisco nel novero di quanti hanno esultato nella brutale riproposizione del dilemma “scelgo Peeta o Gale?” (anzi), ma indubbiamente i patemi di cuore di Katniss distraggono dalla rovina della distopia che le gravita attorno.

L’elemento meno convincente del “Catching Fire” letterario è sicuramente lo svuotamento di senso della sua protagonista femminile, che aveva garantito a “Hunger Games” tanto plauso da parte di lettori e critica. Katniss è una protagonista femminile (fatto di per sé già piuttosto raro) i cui compagni maschili sono assolutamente intercambiabili e un gradino più in basso per visibilità e caratterizzazione. Inoltre è la stessa Katniss a reagire con fastidio e stizza al tentativo dei due pretendenti di portarla al proprio fianco; lei è concentrata sull’impresa di tornare a casa viva e riabbracciare la sua famiglia.

Grazie all’interpretazione potente di Jennifer Lawrence, anche al cinema si è percepita la forza e la fragilità di una figlia e sorella proveniente da un contesto drammatico, dove dispera di poter fare ritorno. Qua e là il regista del primo capitolo ha persino tentato di mostrare le meschinità della protagonista, che nel libro oltre a una dose di scontrosità non lesina anche di un certo calcolo cinico nel prendere le proprie decisioni.

Purtroppo nel secondo libro una figura a tutto tondo, sbozzata persino nei suoi lati più meschini, viene rimpiazzata con l’ennesima mary sue adorata dalla totalità della popolazione e stimata e desiderata da ogni essere umano di sesso maschile che gravita attorno a Capitol City. Così ancora una volta un personaggio femminile finisce per essere descritto dal desiderio e dalla considerazione maschile che gli gravita attorno. Katniss, prima che essere una ragazza che affronta la scomodissima posizione dell’icona, diventa l’ancor più scomoda punta di un triangolo amoroso che non sembra mai interessarle.

La notizia poco positiva è che il regista Francis Lawrence, subentrato nel secondo capitolo e confermato per i prossimi lungometraggi, ha detto di voler riportare in superficie il filone amoroso lasciato saggiamente in disparte dal suo predecessore Gary Ross.
Katniss Everdeen, giovane donna, protagonista e capace di esserlo senza doverla definire attraverso il suo rapporto con altri personaggi maschili: questo è il materiale alieno con cui Hollywood si trova ad avere a che fare. La sfida rimane quella persa dal cartaceo: preservarne l’autosufficienza e il carattere, lasciando fare alla splendida Jennifer Lawrence tutto il resto.

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