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  • Divinefire: Glory Thy Name

    Divinefire

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Un primo capitolo di tutto rispetto.

I DivineFire nascono dall’incontro tra il polistrumentista Jani Stefanovic (Crimson Moonlight, Am I Blood, Sins Of Omission) e Christian Rivel, fautore ormai da anni di un christian metal in chiave svedese. Quest’ultimo, in particolare, appare ancor più del primo un artista poliedrico, essendo, non solo il titolare dell’omonima etichetta che produce questo lavoro, ma anche il singer di numerosi progetti paralleli (vedi Narnia, Audiovision, Wisdom Call).
I Divinefire sono soltanto in tre: incredibile però è l’energia che scatenano nei quarantatre minuti del cd. Incredibile l’insieme di generi che fondono (symphonic, power, death, con elementi doom e prog). Incredibile la potenza della voce di Rivel, limpida, decisa, versatile ad ogni tipo di melodia sino al growl. Incredibile la teatralità delle orchestrazioni e delle atmosfere gestite in chiave religiosa (suggestivo l’intro, recitato da Eric Clayton dei Saviour Machine, che richiama i versetti di Giovanni 14, 1-6). Chiamano in causa di tutto, i Divinefire, pur di creare scompiglio nell’ascoltatore: il metal estremo, uno speed power maestoso ed aggressivo, le melodie ariose del symphonic, le sinistre tastiere del “vampir-metal”. Non in ultimo, chiamano in causa eminenti guest come Pontus Norgren (Talisman, Great King Rat), Thomas Vikström (Brazen Abbot, Candlemass), Fredrik Sjöholm (Veni Domine), Carljohan Grimmark (Narnia), Eric Clayton (Saviour Machine), Hubertus Liljegren (Crimson Moonlight). Detti tributi si inseriscono nella conclusiva e sinfonica “The Spirit”, sintesi sonora dell’album dove la musica si fa completa, penetrante, incisiva; qui, il melodramma della fragilità umana rischia la commozione.
Non chiedete classificazioni: dovremmo scendere a sotto-generi di definizione ridicola (per es. Christian-metal, Melodeath-Power, Hollywood Epic metal). Unici (immancabili) appunti: un’orchestrazione a volte sovrabbondante e barocca e qualche ritornello che potrebbe risultare, con un ascolto ripetuto, un po’ banale, finendo per insidiare la sopravvivenza del lavoro nel tempo.

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