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DJ Ringo ha 47 anni

E scoprire questo su Wikipedia, il giorno dopo, lascia alquanto basiti. Quando il sottoscritto ha incrociato il Dj nell’hotel dove si ritirano gli accrediti stampa (in compagnia del batterista dei Sex Pistols, peraltro), non avrebbe mai pensato che un ometto con quel capello vagamente schizzato si portava sulla groppa 47 primavere. Ma tant’è.

Ok, questo era un incipit più che pessimo.

L’Heineken lo si ama (difficile) o lo si odia (già più facile). Da ormai svariati anni punto di ritrovo preferito dei “rockettari” italiani, o almeno per quelli a cui è sconosciuto il concetto di oltre confine, il festival giunge nel 2008 alla sua undicesima edizione. Spesi i primi nove nei pressi dell’autodromo di Imola, per la seconda volta si trasferisce al Parco San Giuliano di Venezia dopo l’immane disastro dell’anno passato, quando la natura concesse solo la giornata più estrema per poi diventare la protagonista assoluta del secondo giorno. In verità la madre si è esibita soltanto per una striminzita decina di minuti, ma tanto è bastato per sotterrare la decima edizione dell’evento.

Oggi, invece, la giornata è oltremodo calda se non torrida, e Venezia è pronta ad essere invasa da migliaia di “alternative”. L’area del San Giuliano è notevolmente grande, al contrario di quella cerebrale di chi ha deciso i prezzi al pubblico del cibo all’HJF: scusatecene, ma sborsare 5 euro per una birra media in un festival organizzato dall’… Heineken, o ancora pagarne 5 per un panino dalla qualità infima, o ancora pagarne 4 per una fetta di cocomero quasi trasparente può soltanto farci incazzare, e venir voglia di scaravoltare le strutture (dejà vu). Cosa che non abbiamo fatto, preferendo invece recarci innanzi al Second Stage dove inizia l’esibizione di uno dei gruppi vincitori del contest dedicato alle band emergenti, i Thank You For The Drum Machine. Forti di un bassista saltato fuori, si presume, da una confezione di Kellog’s, il quartetto dà vita ad un set energico e divertente, favorito anche da suoni misteriosamente decenti. Lo sparuto pubblico sembra divertirsi, e lo stesso vale per loro: il loro indie-electro-whateverthefuckyouwant rock è sì facile e immediato, ma anche notevolmente contagioso. Non la band del secolo (tutt’altro) e forse nemmeno quella del minuto, però senza dubbio un’ottima party band nostrana.

Via dunque dal palco secondario, diretti verso il main stage: va in scena Il Teatro Degli Orrori. Raggiunto ultimamente un discreto successo, ne lasciano subito intendere il perché: rock ‘n’ roll senza troppi compromessi. Anzi, senza compromessi e basta. Polverosi, sono totalmente trainati da un Capovilla in stato di (dis)grazia, mattatore assoluto della breve performance del combo. Vestito a puntino di tutto nero (veniva ulteriore caldo solo a vederlo), fallisce totalmente nel suo tentativo di rassicurarci quando ripete ossessivamente “È tutto ok” col suo “Carrarmatorock!”. Ammesso sia mai stato quello il suo intento, riesce soltanto a gettare olio su una macchina da cui cola solamente una grandiosa devianza. “Compagna Teresa” e “Lezione Di Musica” chiudono un set tanto breve quanto intenso.

È quindi il turno dei nostrani Linea77, il cui autobus deve aver… deviato da qualche tempo a questa parte. Beninteso, a seconda dei gusti. Ormai lontani i tempi in cui scimmiottavano i Deftones (chi ha detto “Ketchup Suicide”?), i 5 già da qualche anno strizzano l’occhio alla tanto odiata, quanto numerosa MTV Generation (e non perché han fatto un pezzo con Ferro, a noi non ce ne frega un cazzo). Che gradisce assai la performance dei 5, dimentica del tutto di “Too Much Happiness Makes Kids Paranoid” (nemmeno la classicissima “Touch” in chiusura) e che prende solo due estratti da “Ketchup Suicide” (la title track e “Moka”).
[PAGEBREAK] È dunque il second stage ad avere l’onore, o l’onere, di ospitare il concerto di uno dei personaggi, piaccia o meno, topici per quel che riguarda la scena rock italiana: Pino Scotto. Splendido, si presenta sul palco con un grandioso cappello da cowboy, stivaletti rigorosamente a punta e camicia che lascia intravedere la panzetta. “Ciao bastardi“, “rock ‘n’ roll” e “quanta figa che c’è ragazzi” sono le frasi con cui si fa accogliere da un pubblico festante e desideroso di sentirlo cantare. Non è certamente lui a tirarsi indietro: il palco è il suo habitat naturale, e va detto che lo tiene bene. Chiude il set “Il Grido Disperato Di Mille Bands” (“per tutte le fighe che non ce la danno“) con tanto di cameo finale di Elena Di Cioccio, già vista sugli schermi nazionali in qualità di inviata de “Le iene”. Un “fanculo” sancisce la chiusura della performance dell’incorreggibile Pino nazionale.

Un caldo quasi soffocante è la sensazione principale che permea l’intero Parco San Giuliano, quando prende possesso del palco Iggy Pop coi suoi Stooges. Del caldo, pare fottersene. Del dare vita a uno show oltre, no. 61 anni, è la definizione vivente del concetto di “rock”, per quanto patetico ciò, a certi occhi, possa forse sembrare. Invasato, si rende protagonista di un’esibizione per lui standard. Per gli altri, un po’ meno. Strusciamenti a ripetizione, balli coi genitali… quasi al vento, inviti a fregare la sicurezza e saltare sul palco (in 3 ce la faranno) sono gli ingredienti classici degli show di un uomo che pare non avere nessuna intenzione di sottostare alle leggi del tempo. “Electric Chair” fa suonare la campanella, e il maestro se ne va. Un unico appunto, da parte di noi poveri coglioni che abbiamo adorato Trainspotting: “Lust For Life” era necessaria.

Raccolgono il pesante testimone di Iggy i Queens Of The Stone Age di Josh Homme. Quasi marziali, non fanno grandi sconti alla folla sottostante: “Feel Good Hit Of The Summer” è l’antipasto ideale per “No One Knows”, canzone dal tiro, per così dire, notevole. Homme non è incazzato, o forse sì, e nemmeno divertito, o forse sì, ma almeno non invita fan sul palco per “rompergli il culo”, cosa successa di recente in un’altra apparizione europea.

Svolto il loro lavoro, i QOTSA lasciano il palco a coloro che, si presume, sono il motivo principale per cui la maggior parte dei 18000 presenti di oggi si è mossa in direzione Venezia: i Linkin Park. Dominate ancora una volta le classifiche col loro ultimo LP “Minutes To Midnight”, la band californiana può, a ragione, reclamare il trono di principale act di un qualcerto rock “pesante”. Spudoratamente mainstream, si intende. Chi li ha visti l’anno scorso al Nova Rock (tipo il sottoscritto) ha potuto toccare con mano la loro efficacia dal vivo (Pearl Jam, e duole dirlo, annichiliti in quell’occasione), e anche stasera non deludono le attese, seppur con riserva, dovuta forse alla carenza di potenza dei suoni. La band inaugura il set con la metallichiana “No More Sorrow” per poi pescare a piene mani dal proprio repertorio: “Lying From You” precede “Somewhere I Belong”, seguita da “Given Up”. Qualche brano dopo sarà “In Pieces” a dare respiro a una folla, ad onor del vero, piuttosto tranquilla. “Shadow Of The Day” puzza di U2 lontano un miglio, ed è “In The End”, brano col quale raggiunsero la fama assoluta, ad anticipare l’ultima canzone della prima parte di concerto, “Bleed It Out”. Brano ovviamente funzionale al ritorno del gruppo sul palco: “Cure For The Itch”, “A Place For My Head”, “Faint” e “One Step Closer” chiudono definitivamente l’esibizione degli headliner della prima serata dell’HJF 2008.

Lungi però dall’essere terminata del tutto: il second stage ancora deve ospitare il ritorno sulle scene dei Sex Pistols, pure in odore di nuovo album almeno sentendo le ultime, tragiche, news. Un amico alle birre (che, preme rimarcare, costavano 5 euro) e la voglia di fare un po’ di sano casino sono il preludio ideale all’entrata on stage del Rotten. Il quale, vestito da scolaretto impertinente, arriva piuttosto carico e voglioso di far muovere culi. Obbiettivo raggiunto senza troppi problemi: “Pretty Vacant” inaugura una performance assolutamente caciarona e genuinamente contagiosissima. Loro vogliono i soldi (e, c’è da scommetterci, ne riceveranno parecchi), noi vogliamo i classici. Veniamo accontentati: “God Save The Queen”, “No Fun”, “Anarchy In The UK” e “Did You No Wrong” (occasione per il sottoscritto per finire volante nel pogo), rigorosamente non in ordine di esecuzione, aizzano una folla dove coloro che il ’77 l’han vissuto, e coloro che il ’77 l’han solo immaginato, si ritrovano saltanti fianco a fianco. Good times.

Cala così il sipario sulla prima giornata di questa edizione 2008 dell’HJF. Lungo sarà il viaggio di ritorno alle nostre dimore, piuttosto a pezzi, pure (non le dimore, non ancora almeno, bensì noi avventori). Ci vorrebbe proprio una bella fetta di cocomero. Ah no, costa 4 euro. Avanti, fan del Blasco…

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