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Docs Competition: Il Gusto, ad ogni costo

Buono, pulito e giusto.
Tre parole che racchiudono uno spirito, sottintendendo quello di Slow Food e dello Slow Food On Film. E che sottendono un’apparente dicotomia capace di risolversi in armonia e parallelismi: non è attendibile, infatti, affermare che il cinema è solo comunicazione, segni immateriali. Né che il cibo fa parte di una sfera prevalentemente pragmatica e concreta. I sistemi alimentari, la convivialità e la sociabilità che vi si crea intorno, le peculiarità del rituale del pasto e delle tradizioni, raccontano le storie e le risposte che una civiltà dà ai propri bisogni di natura.

Il cinema dal canto suo testimonia, narra, e passa anche attraverso questi momenti sociali, quando ritrae i soggetti di una storia. Sia l’arte gastronomica, sia la settima arte, condividono i caratteri di essere elementi di cultura, e di stimolare talvolta piacere, talvolta riflessione, come anche sentimenti più complessi.

“Buono, pulito e giusto”: obiettivi assolutamente idealistici e sicuramente difficili da conseguire. Nella Docs Competition di questa edizione dello Slow Food On Film la presa di coscienza del nostro sistema alimentare avviene tramite denuncia, indagine multiculturale, e manifestando allarme per la sua condizione senza timore di sfociare talvolta in visioni faziose, ma intellettualmente oneste. Una presa di coscienza che sa giocare sul fascino di mestieri fiabeschi: la lentezza delle produzioni locali che ammalia, per una volta, la mente prima che il palato.

L’industria agro-alimentare occidentale e la globalizzazione procedono in un senso che non nasconde lati positivi, come la democratizzazione del cibo, la reperibilità di prodotti a prezzi accessibili per tutti; ma vengono additate anche come principali seduttrici nelle scelte inconsapevoli di tutti i giorni, e come responsabili della scomparsa delle produzioni più particolari, di nicchia, che rappresentano un tratto culturale tanto quanto una lingua o una letteratura per un popolo.

Il tè, la sua coltivazione in Cina e un importatore americano che si appassiona alla ricerca sono gli elementi che conducono la storia di “All In This Tea” di Les Blank e Gina Leibrecht. Una sostanza che tiene svegli, questo si pensa in un occidente assetato di polverine stimolanti. Una bustina dalla facile solubilità, questa l’immagine.
Cos’è invece il vero infuso di tè? Grandi foglie raccolte con moderne attrezzature e lavorate in grandi fabbriche forse? Slow Food On Film ci regala un viaggio nella Cina dei raccoglitori di piccoli germogli che lavorati ed essiccati con cura certosina fanno nascere foglioline profumate e dalla forma mai irregolare. Come se la natura si adagiasse nelle mani di chi sa adoperarsi per essa. La pellicola di Blank e Leibrecht ci lascia assaggiare un tè pregiato e dal sapore inconfondibile che cerca acquirenti americani per atterrare sul grande mercato. Un mercato ancora poco ampio e che difficilmente si farà strada. Come se quelle mani lavoratrici stringessero i segreti di una bevanda tanto antica quanto salutare. Come una pozione magica.
[PAGEBREAK] Arrivano, poi, le denunce.

A quale costo si ottiene il vantaggio del sostentamento alimentare a basso prezzo e veloce fruibilità? “The Price Of Sugar” di Bill Haney, ambientato nella Repubblica Dominicana, gioca con i contrasti partendo dal concetto turistico del luogo e arrivando alle piantagioni di canna da zucchero dove migliaia di Haitiani, espropriati delle loro terre, lavorano sotto vigilanza armata ed in regime di schiavitù per una materia prima destinata interamente all’esportazione negli Stati Uniti.

Curiosamente, con il brillante “King Corn” di Aaron Woolf, che affronta il tema dell’alimentazione attraverso la spigliata voglia di acquisire consapevolezza da parte di due giovani neolaureati, scopriamo che raramente gli zuccheri che troviamo nella grande distribuzione derivano dalla canna da zucchero. Il grano, nella sua qualità più comune denominata yellow dent corn, snaturata delle proprietà della pianta erbacea originaria del Messico, è stato l’oggetto dei maggiori investimenti del governo americano negli ultimi trent’anni. La versatilità della materia prima e la capacità impareggiabile di dare prodotto per ogni ettaro di terra investito in questa coltura, l’hanno reso un elemento quasi onnipresente nell’alimentazione americana. Lo sciroppo di mais, ad esempio, viene ad essere uno dei dolcificanti più diffusi nella food industry e in quella delle bevande a base di soda, proprio per la sua incredibile convenienza economica. Ma anche qui a che costo? Calorie vuote, senza reale nutrimento, cibi o bevande di bassissima qualità, e conseguenze sanitarie preoccupanti, specialmente per la diffusione di malattie come il diabete.

Un documentario come “Ci Sono Ancora I Pastori?” di Jorge Pelicano, porta in palmo di mano la sopravvivenza di determinate professioni, come appunto quelle legate all’allevamento, che raccolgono e tramandano tradizioni importanti. Importanti perché determinano il resistere d’una cultura di sapori inscindibilmente legati ad usi e costumi di chi regola la vita di comunità sulla base delle proprie attività. La vita a diretto contatto con uno sfruttamento illuminato delle risorse naturali, il raccogliere eredità di mestieri, usanze, segreti di generazioni di famiglie che hanno portato avanti produzioni locali e bontà uniche – impossibili da massificare – diventano un lifestyle ed un baluardo da proteggere nella cornice del principio di Slow Food.

Il costo di un’attività faticosa e probabilmente anacronistica oltre che geograficamente vincolante è certo: la lontananza dai centri urbani e dai luoghi valorizzati come desiderabili e necessari, per la propria affermazione economica e sociale, dalla maggioranza degli individui. Ma è altrettanto garantito che sia un’attività che difende gusti, piaceri, conquiste di piccole porzioni di civiltà in grado, successivamente, di arricchire l’esistenza altrui tramite condivisione ed il piacere di scoprire.

E se è vero che il gusto ha da sempre deciso di sfidare la natura, un esempio lo si legge nel breve documentario di Matteo Bellizzi “Alle Radici Del Barolo” (che nella rassegna trova posto tra gli Under 35′). Teobaldo Cappellano, viticultore da tutta la vita, ha deciso di produrre il Barolo tutto europeo come nell’800. Madre natura potrebbe con la Filossera distruggere il lavoro di quattro anni, ma l’intento di un gusto originario, il coraggio di provarci e la soddisfazione di un calice dal sapore inimitabile sfidano le leggi primordiali. Una produzione con tempi di lavoro lunghissimi, silenzio e pace tra le viti. Tutto ciò può resistere alla frenesia contemporanea del produrre per vendere, del vendere velocemente?

La risposta è inevitabilmente slow.

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