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Dola J Chaplin: Un po’ come Charlot

“To The Tremendous Road”, il suo disco d’esordio, sarà disponibile dai primi di maggio, anticipato da “What I Care” in radio e dal videoclip di “Nothing To Say”. Su Loudvision è possibile ascoltare “To The Tremendous Road”, la title track del disco di cui ci parla lo stesso Dola J Chaplin tra un chinotto e una birra in un lungo incontro al Pigneto, a Roma.

La prima curiosità è il tuo nome d’arte: ce lo spieghi?
Per me il nome d’arte è come il carattere di un personaggio teatrale, mi aiuta ad immedesimarmi nelle parole che scrivo, perché molte canzoni parlano delle mie emozioni, ma altre magari sono su pezzi di vissuto che mi hanno raccontato altri. Io penso che in generale un musicista, come uno scrittore, debba attingere dalla realtà del mondo, guardarsi intorno e scrivere su questo, non essere ripiegato su se stesso. Il nome d’arte non è solo una maschera ma anche una porta attraverso cui far passare tutte le emozioni, qualcosa che ti aiuta a filtrarle e a far confluire l’energia legata a quel nome nei momenti giusti, come quando sei sul palco o quando scrivi.

E Chaplin è casuale?

La premessa è che quando fai una cosa non ti rendi conto fino in fondo della forza che ha. Mi son accorto durante una proiezione di un film di Chaplin che c’è musicalità nel muto, che nella sua semplicità riesce a farti ridere, a farti piangere, a tenerti col fiato sospeso: a mio parere lui era perfetto. E anche lui aveva il suo personaggio: Charlot.

Come descriveresti il tuo disco?

È una specie di diario realizzato nell’ultimo anno e mezzo di viaggio. Sono istantanee di momenti vissuti da me o da chi mi era vicino, come l’incontro con una persona che poi è diventata importante nella mia vita, una storia a cui ho assistito per strada o che ho vissuto indirettamente stando vicino a un mio amico in un momento difficile. È un granello di vita vissuta.

Musicalmente?

Acustico e variopinto. Il suo punto di forza, ma forse anche il suo difetto, è l’ingenuità, propria delle prime esperienze. Ci sono anche degli errori ma la bellezza di un primo lavoro spontaneo è anche questa. E poi mi ha dato molto spunti per il secondo lavoro, errori da non commettere di nuovo… dovrò trovarne degli altri!

Hai già un’idea per un secondo disco?
Già ho scritto qualcosa, ma voglio arrivare in studio di registrazione con le idee più chiare, magari con una band. Per adesso penso all’uscita di “To The Tremendous Road”.

Ma quando componi parti dai testi o dalle musiche?
Dipende, non c’è una regola fissa. A volte la canzone nasce da una frase su cui costruisco la storia, altre da poche note. Ad esempio l’altra sera mi è venuta in testa una melodia che mi piace molto, ma non le parole e alla fine ho preferito non forzare: verranno al momento giusto!

“Nothing To Say” è diventato un videoclip, come mai hai scelto proprio questo brano?

“Nothing To Say” è il brano scelto per il videoclip mentre come singolo da mandare in radio abbiamo scelto “What I Care”. Diciamo che sono state scelte casuali però sono due brani molto diversi tra loro: “What I Care” ha dietro una band al completo mentre “Nothing To Say” è solo chitarra e voce.

Ti sei divertito a girare il video?
Si, anche se non mi piace essere il protagonista di qualcosa di filmato!

Parliamo un po’ del brano che noi abbiamo avuto in anteprima, “To The Tremendous Road”, con Emma Tricca. Com’è nato?
Il brano è nato prima della partenza del viaggio e c’è la seconda strofa scritta da Arianna Fiore e cantata da Emma Tricca. È una via di mezzo tra l’addio e l’arrivederci.

Come hai conosciuto Emma Tricca?

Ho conosciuto prima la sua musica, poi l’ho contattata tramite email e ha accettato di partecipare al disco.

Come mai dà il titolo al disco?

Sia perché è una canzone molto personale, che per l’ambivalenza del titolo. “Tremendous” in inglese può indicare sia qualcosa di terribile che qualcosa di meraviglioso, allo stesso modo il mio disco è ambivalente: non è tutto triste né tutto felice, contiene i sentimenti contrastanti che si provano nella vita.

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La solitudine nel tuo disco sembra quasi essere vista come un punto fondamentale di crescita, eppure oggi spesso viene vista come una piaga delle grandi metropoli, insomma è positiva o negativa?
Quando sei solo aumenta la tua capacità di ascoltare te stesso, riesci a capirti meglio, se non ti fa crescere quantomeno ti aiuta a capire cosa vuoi in quel momento della tua vita. Per me la solitudine è importantissima. Nelle metropoli è diverso, si ha difficoltà a fare qualsiasi cosa, se non sai adattarti in fretta sei fuori dal mondo, insomma il troppo è troppo pure di pane! (ride, ndr)

Nella tua biografia ho letto che sei stato un chitarrista e bassista punk, come mai hai cambiato genere?

È sempre un esternare qualcosa che senti, tra l’altro non ho mai fatto testi politici, era un punk molto intimo e poi già all’epoca ero innamorato di Neil Young. In futuro con la band giusta nulla mi impedirebbe di tornare al punk!

Hai vissuto facendo busking tra Stati Uniti e Inghilterra, cosa puoi raccontarci di quell’esperienza?

Bella, anche se all’inizio è stato difficile abituarsi a una cultura che è diversa dalla nostra. Gli artisti di strada vengono considerati in maniera molto diversa: vengono ripresi, le persone gli danno soldi ben volentieri. Io all’inizio avevo paura di iniziare questa avventura, invece mi sono trovato benissimo!

Forse dipende anche dall’importanza che in quei paesi si dà alla musica in quanto cultura…
Sicuramente si! Il musicista è un mestiere a tempo pieno se vuoi fare un buon lavoro e invece in Italia non è considerato tale e spesso i musicisti devono trovarsi un altro lavoro per vivere. Questo discorso può allargarsi anche ad altri lavori creativi. Il risultato è che riusciamo a far emergere su largo mercato pochi prodotti culturali e restiamo legati a personaggi del passato senza lasciare il giusto spazio ai giovani. Abbiamo un panorama musicale molto vivo che non viene valorizzato e non riesce ad avere il giusto spazio. Poi abbiamo alcuni dogmi da rispettare, tipo che si deve cantare in italiano, ma ognuno deve fare ciò che sente nella maniera che preferisce.

Forse, però, cantare in una lingua diversa dall’italiano può creare una barriera linguistica in Paese poco inglesizzato come l’Italia…

Però gli artisti stranieri li ascoltano!

E i difetti di pronuncia di chi canta in una lingua straniera?

A mio parere sono belli! Sicuramente per cantare in una lingua la devi conoscere un po’ perché il maccheronico non va bene in nessuna lingua. Cantare in inglese non significa mettere insieme “I love you” e “I want you”! Bisognerebbe mettere da parte i pregiudizi e accettare i vari artisti e le varie forme d’arte.

Comunque la rende più esportabile?
Sicuramente! Se vuoi esportare nella tua lingua o fai un pezzo così orecchiabile che arriva comunque, ma in genere non ha un seguito, o quella canzone è un classico come “Volare” o “La Vie En Rose”. Ci sono pezzi che riescono a superare ogni barriera di lingua e di spazio.

Enrico Bernard ha scelto questo disco per “The Last Capitalist”. Ti piacerebbe scrivere colonne sonore originali?
Bernard ha avuto una demo da me, neanche la versione ufficiale del disco! Mi piacerebbe moltissimo scrivere colonne sonore originali!

Quale credi sia il rapporto tra le immagini e la musica?

Il rapporto tra musica e immagini è strettissimo, se ci rifletti: già quando chiudi gli occhi mentre stai ascoltando un pezzo puoi immaginare la scena che quella musica evoca nella tua mente. Poi ci sono autori particolarmente narrativi, come De Andrè: quando ascolti un suo brano puoi figurarti tutto ciò di cui raccontano le sue canzoni. Credo che questo rapporto così stretto sia anche la ragione per cui la musica si accoppia così bene col video musicale, se ben realizzato ovviamente. Ma pensa anche a quanto cambia un film a seconda della musica…

Il palco e il duetto dei tuoi sogni?
Mi piacerebbe poter tornare a suonare con Claudio Recchia, un mio amico con cui ho iniziato a 16 anni ma poi lui ha lasciato. Mi piacerebbe un tour con lui! Invece il palco dei miei sogni sarebbe qualcosa tipo il Bonnaroo, anzi un bel tour di festival su questo genere!

Cosa ti piace di questo tipo di festival?
Mi piace che ogni artista fa al massimo 6-7 pezzi, in questo modo sei una piccola parte di qualcosa di più grande e le tue parole si inseriscono in un messaggio più grande.

Come vuoi salutare i lettori di Loudvision?
Rock & roll come Pino Scotto! (ride, ndr) Che fine ha fatto Pino Scotto?

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