Home > Interviste > Dolore e speranza

Dolore e speranza

La teta asustada. Il seno impaurito. Un male oscuro che attraverso il seno materno sparge nel contagiato un terrore ancestrale e inoppugnabile, derivato dal germe orrido dello stupro. Tutto intorno a questo concetto – che poi è anche il titolo originale del film – ruota il delicato affresco del Perù costruito con grazia e intimo coinvolgimento dalla regista Claudia Llosa, tanto giovane quanto contraddistinta da una coscienza sociale e umana straordinariamente profonda. Perché il film, che ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International e ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino, è sì un percorso simbolico e vivace attraverso il dolore, paura e guarigione, ma anche un accorato invito alla mescolanza, sia essa culturale e di genere, e alla riflessione su temi universali come equità e diritti umani. Il tutto attraverso la rievocazione implicita, ellittica, di una vicenda nazionale, quella del Perù, che raffigura in modo chiaro una tragedia, quella dei golpe, dei crimini di stato, del terrorismo, ancora oggi diffusa in molte zone del globo. E che ci permette anche di guardare con speranza al futuro – come di fatto ci suggerisce il dipanarsi del film – se è vero che la Corte Suprema di Lima, in contrasto con tante analoghe realtà del ’900 (Pinochet, Milosevic), ha processato e condannato l’ex presidente peruviano Fujimori, diretto responsabile di angherie e stragi che hanno insanguinato la nazione tra il 1980 e la fine del secolo.

Quanto la storia della sindrome descritta nel film appartiene alla tua biografia personale, e quanto invece deriva da ricerche o dai racconti che ti sono stati fatti in famiglia?
Il periodo del terrore colpì soprattutto le Ande, e si mosse solo negli ultimi anni verso Lima, dove sono nata. Per questo trovare studi specifici o materiale di ricerca è stato piuttosto complicato. Sul piano personale, ho subito la parte peggiore della guerra durante la mia adolescenza, e preferisco tenere queste esperienze intime. Posso però dire che a Lima non si poteva uscire, non c’erano luce e acqua, c’era una diffusa sensazione di paura, una condizione difficilissima per una adolescente, che vuole aprirsi al mondo e riconoscersi attraverso gli altri. Ma questa storia non è la mia, ma quella di Fausta, che vive la guerra come esperienza atavica, che perdura in lei come fatto reale nonostante non l’abbia vissuta direttamente.

Ma questa sindrome esiste realmente nella tradizione popolare peruviana?
Ci sono psicologi e scienziati che l’accettano e che capiscono che con i loro strumenti essa non è comprensibile se non recuperando la sensibilità delle Ande, il suo universo mitico. Altri tendono a considerarla soltanto una leggenda. Dipende dalle prospettive. Io l’ho presa come qualcosa di reale, che nonostante non venga compreso del tutto, viene percepito e accettato dalla famiglia, che si prende cura del malato per tutta la vita. La chiave del film, però, è la descrizione di come un popolo, quello peruviano, usa le sue tradizioni, i suoi canti, per parlare di quello che l’addolora, che non capisce, che non sa digerire. Perché attraverso i mezzi simbolici si può arrivare alla guarigione. Quello che la pellicola vuole offrire, quindi, è un percorso non razionale in cui inconsciamente emerga la consapevolezza. E quindi la cura.

Per uno spettatore culturalmente lontano, come noi, è arduo capire dove finisca la realtà e dove cominci la funzione metaforica del film…
In un film è sempre difficile discernere realtà e finzione, ma l’importante è come questa unione tra elementi surreali, fantasiosi, come l’idea della patata nella vagina, e la realtà, come il funerale o la stessa sindrome della teta asustada, viene organizzata, presentata.. L’importante, insomma, era rendere tutto verosimile, anche se inquietante.
[PAGEBREAK] Dal film traspare anche una certa frattura tra la comunità andina e la popolazione di Lima, più occidentalizzata…
La lotta tra modernità e tradizione ricorre in tutto il film. Anche perché mi interessa capire come si possa mantenere in vita l’universo andino e quechua. Quello che ho dipinto è il mondo di Lima, dove tutti hanno televisione e servizi igienici, dove però vive anche questo popolo creativo capace, nonostante la povertà, di mescolarsi con gli altri, conservando anche le tradizioni. Lima, forse, ha un po’ voltato le spalle a questo processo di integrazione, ha preferito non vedere questa cultura, e queste comunità sono rimaste isolate: è uno dei nostri problemi, e anche uno dei punti cruciali del film, che tutto il tempo invita all’integrazione, alla comunicazione.

Nelle fasi finali del film c’è una scena molto simbolica costruita attorno al fiore della patata…

Il finale del film è stato tutto il tempo in dubbio. Difendevo l’idea di girare la scena del fiore, peraltro molto difficile perché sboccia solo tra l’una e le due del pomeriggio: era molto importante perché mi permetteva di affrontare in modo completo un tema molto importante come quello della sessualità. Non volevo che essa apparisse soltanto come elemento di violazione, di oltraggio. Volevo che fosse percepita anche come un interscambio tra due parti. È possibile un coito felice, che rappresenti veramente una mescolanza tra due individui, fatta di accettazione e rispetto? Il rapporto tra la protagonista e il giardiniere che se ne prende cura introduce una speranza in questo senso.

La protagonista è di una bellezza esagerata rispetto al contesto. E questo la mette in pericolo. Perché ha scelto un’attrice così bella?
Non solo è bellissima, ma sa anche comunicare, esprimere, far capire attraverso il corpo, nonostante il silenzio che la contraddistingue. E questo non si incontra in tutte le donne: è il motivo della mia scelta. La bellezza, inoltre, aiuta a raccontare cose difficili: il tema era di per sé molto duro. La sua bellezza porta apertura, e ho cercato di usare la bellezza anche in altri frangenti: per esempio, la goccia di sangue dal naso, volevo apparisse come una goccia di caramello. Tutto questo per rendere più digeribile e gradevole il film in contrasto con il suo tema così spinoso e complesso.
[PAGEBREAK] Sei contenta del titolo italiano, così diverso da quello originale?
Mi piace molto. Perché ha recuperato l’essenza della pellicola, nel senso di canto di libertà – concetto rappresentato dalle colombe [paloma in spagnolo significa proprio colomba]. È importante capire che ogni cultura ha i propri codici, in Perù il titolo si comprendeva bene, immediatamente, e mi piace l’idea che un gruppo di persone abbia accolto con tanto interesse questo film e si sia preso l’impegno di inventare un nuovo titolo che ne esprima il senso.

C’è una dominante femminile, mentre le figure maschili sono squallide…
Ho provato a dare anima e corpo a tutti i personaggi. Ci sono quattro personaggi fondamentali, due donne e due uomini, e il film mostra in realtà come una donna possa essere compresa, talvolta, maggiormente da un uomo che da un’esponente dello stesso sesso – come nel caso della pianista Aida. Al di là dei tratti tipicamente femminili, poi, ci sono fattori universali, come il concetto di perdita, o il desiderio di ritorno all’utero. Credo comunque che femmineo e maschile siano complementari, e la nostra capacità di dare atto a questa complementarietà è fondamentale.

Il cast è prevalentemente composto da professionisti?
Il cast era vario, prevalentemente non professionale. Durante le selezioni, comunque, io mi apro a cercare, senza frontiere, persone che possano portare dentro di esse l’anima dei personaggi. Credo che la recitazione sia un talento innato, che poi, certo, si affina con il professionismo, ma che nasce da un fondamento naturale.

Le tue origini sono in parte italiane, vero?

Mia nonna materna, nonostante fosse nata in Perù, era l’unica di sei sorelle nate in Italia. Suo padre venne in Perù a cercare l’America, una vita fa. Era di Genova. Non ci ha trasmesso molto della vostra cultura, né della lingua, nonostante la parlasse bene. Credo per un fatto legato alla necessità integrarsi in un nuovo ambiente. Anche per questo difendo sempre l’importanza delle origini e delle tradizioni, della loro conservazione.

Progetti futuri?
Sto già lavorando, anche se non posso ancora parlarne con precisione. Penso però che ci sarà una rottura con i primi due film. Vorrei aprirmi un po’, uscire dall’universo che conosco. E nonostante la dimensione simbolica rimanga una mia caratteristica distintiva, non sarà così visibile come nelle prime due.

Scroll To Top