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Eruzione vulcanica

La natura, nella poliedricità delle sue forme di espressione, in alcune occasioni decide di mostrarsi attraverso fenomeni che lasciano senza fiato per potenza e bellezza. A volte ci riesce anche l’uomo. Così succede che quel genio di Axel Ritt, attraverso l’utilizzo della sua arma impropria preferita, costruisca “The Chronicles Of Love, Hate And Sorrow”, il nono album della band di cui è mente e cuore pulsante. Attorno ad Iron fingers la formazione parzialmente si rinnova, regalandosi un nuovo cantante, Nicolaj Ruhnow, e un nuovo bassista, Steven Wussow.

La struttura dell’opera conferma la sterzata verso il power metal già evidenziata nel precedente lavoro, “Stardawn”, e i motivi di questa scelta vanno forse ricercati nelle maggiori opportunità di mercato che può regalare il nuovo corso, a scapito di quell’heavy rock che dei Domain era diventato il marchio di fabbrica.
Ma un’omologazione non è necessariamente negativa, se accanto ai connotati classici di un genere si aggiungono elementi di spiccata personalizzazione. Ecco che allora il riff esagerato di Axel e l’infuocato doppio pedale di Jens Baar si fondono con gli arrangiamenti sinfonici, che consentono di epurare, attraverso la melodia, gli aspetti più ruvidi di cotanto esercizio di potenza.

Il risultato di questo processo è l’espressione di un’energia limpida e purissima, vissuta sulla massima frequenza delle pulsazioni. Le uniche variazioni del battito si registrano nella malinconica “Twelve O’Clock” e, in un chiaro refuso dell’antica rotta heavy rock, “Angel Above”, peraltro caratterizzata dalla presenza del coro polifonico, presente anche in “Digging Their Graves” e nella bonus track “Two Brothers & The Sinners Chess”.

Il power-symphonic appare quindi una soluzione vincente, mai banale, grazie ad un produzione di qualità che trae linfa dalle indiscusse doti virtuosistiche dei suoi interpreti.

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