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Apocalissi e Riscatto

Una cosa è certa, Charlie: tu hai un’innata sensibilità musicale, una inequivocabile capacità di individuare un successo sicuro. Così fu quando cominciasti la tua carriera coi Dream Theater, mettendo la firma sull’album che inventò il prog metal. Così fu anche quando decidesti di rimetterti in discussione ed iniziasti nel 2005 la Trilogia “O3″, con un lavoro completamente unplugged, quasi folk, che spiazzò quanti si aspettavano dal tuo ritorno qualcosa in linea con il passato glorioso di “When Dream And Day Unite”. Così fu, in ultimo, quando comprendesti, nei quattro italiani le alte doti tecniche e scommettesti tutto su di loro, rivoltando per l’ennesima volta il tuo stile e concependo il secondo capitolo della trilogia. E fu, certamente, un tripudio di vigore e musicalità: un prog metal impetuoso, complesso e, pur ricco di aperture melodiche, mai sfibrato o dilatato. Puntualizzi: “heavy oriented”; è vero. Ma di questo ne parliamo dopo. Così oggi sei giunto, coi medesimi compagni di squadra, al terzo ed ultimo capitolo, ribadendo la formula del precedente album. I membri della band appaiono di una preparazione che disarmerebbe i tuoi vecchi amici e il ruolo da essi svolto in fase compositiva avvalora questo giudizio. Inoltre c’è quel fumus di apocalittico, legato ai testi, che attribuisce alle tue composizioni un pathos irresistibile.
Ma, la risposta alla tua comprensibile domanda, sul perché non do a quest’album il massimo dei voti, sta in un “bug” alle corde vocali che ti segue dal famoso 1989. Hai traghettato l’originario falsetto sino ad una tonalità più maschia e robusta, sempre dotata di lirismo, ma certamente aggressiva. E qui la sensazione personale che quest’artifizio sia poco spontaneo e non consono alle tue doti. Così, la bellezza del terzo capitolo, come del precedente, sfuma unicamente attorno alla sezione strumentale.
La ragione di ciò, te lo dico con franchezza, a mio avviso si riversa in quel disperato tentativo di distinguerti dai tuoi amati/odiati Dream Theater. Ecco perché ci tieni a calcare, sul pentagramma, l’impalcatura heavy classic e, al microfono, un ringhio innaturale. Ma poi, qui prodest, se gli altri musicisti dei Dominici dimostrano un’ossequiosa reverenza verso le lezioni di Petrucci & Co. ed anzi dimostrano di saperle sviluppare verso forme ancora più tumultuose? Magari non fanno uso dei cambi di tempo ed il suono è più impostato. Ma, benedizione!, è questo il prog che piace a tutti noi metalhead! Perché forzarlo, se già è perfetto così?

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