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Don Chisciotte fra cinema, arte e teatro

Quijote“, tratto liberamente dal Don Chisciotte di Cervantes, è il debutto cinematografico di Mimmo Paladino, artista del Sannio (è nato a Paduli) di caratura internazionale, le cui opere sono esposte al MoMa e al Guggenheim di New York. Famose le sue installazioni con sculture di cavalli, tra i leitmotiv della sua creazione, a Napoli e Milano. Paladino abbraccia inizialmente il movimento della transavanguardia, fondato negli anni ’80 da Achille Bonito Oliva, che teorizza il ritorno alla pittura dopo le esperienze dell’arte concettuale, e poi sperimenta le forme del ritorno al primitivismo, cioè di forme non più ultra-moderne, ma tribali, e tuttavia collocate nella contemporaneità in modo tanto straniante da risultare ultra-moderne.
«Creare un film è qualcosa di analogo alla scultura, ma è come plasmare la luce», dice Paladino, e difatti “Quijote” può essere considerato un film d’arte.

Presentato nel 2006 alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia come film di chiusura della sezione Orizzonti, Quijote esce in sala solo ora per Distribuzione Indipendente, ma da sei anni non ha mai smesso di vivere. Più che prodotto destinato al consumo dei circuiti commerciali cinematografici, con una permanenza in sala che può essere molto variabile, ha vissuto come opera d’arte, poiché è stato presentato in tutte le maggiori città italiane in occasione di eventi culturali, tra cui l’Ara Pacis di Roma, organicamente a una installazione di Paladino stesso. Grande novità nel campo della distribuzione, e metodo efficace contro la pirateria, è la prima piattaforma current in download, che offre la possibilità di scaricare temporaneamente, a costi contenutissimi, il film su ownair.it.
[PAGEBREAK] È questo un modo diverso di intendere la cultura cinematografica, fatta non di box office ma di persone, alle quali si dà valore creando occasioni di partecipazione, con la proiezione del film e il dibattito a seguire con il cast, fatto di persone colte prima di tutto, e ottimi artisti: Peppe Servillo è Don Chisciotte, il meraviglioso cavaliere idealista e sognatore, un po’ matto, che combatte contro i mulini a vento. Un’impresa coraggiosa inesorabilmente votata alla sconfitta, perseguita da un animo appassionato e incapace di quella diplomazia del compromesso che di fronte allo stato delle cose sopporta e passa avanti. Un’impresa disperata e comica, un po’ strampalata e nobilissima, perseguita pervicacemente con quell’ostinata coerenza che è propria dei sogni balzani.

A vestire i panni del fido scudiero Sancho Panza, il compianto Lucio Dalla, una scelta soprendentemente azzeccata.
Dalla dà vita a una funambolica ed insieme concretissima interpretazione di Sancho Panza, con trovate comiche che richiamano la figura dello Zanni della commedia dell’arte, il servo con la sua fame atavica la cui comicità risiede soprattutto nella mimica corporea.
[PAGEBREAK] Si tratta tuttavia di un film molto concettuale, che non ha nulla di grottesco, e si costruisce per grandi quadri senza un vero e proprio nesso narrativo. Girato nelle campagne del beneventano, sullo sfondo di ruderi industriali, nella suggestiva chiesa arabeggiante di Sant’Agata dei Goti, in una cava, all’interno di un edificio in cemento armato mai finito.
L’edificio diventa uno scheletro che Paladino plasma come materia scultorea, creando inquadrature che hanno qualcosa di metafisico, vuoti teatri dell’anima che svuotano il Don Chisciotte classico di tutto il suo esilarante funambolismo narrativo, accentuando invece il carattere assurdo della vicenda.

Paladino concepisce l’inquadratura come un quadro minimalista in cui si inserisce un elemento barocco di richiamo alla storia, e nel quadro la realtà si costruisce come un’installazione in cui non c’è movimento, e se c’è è ridotto al minimo, per cui anche le persone sembrano delle statue, e a parlare è il loro flusso di coscienza, con la voce fuori campo, o la voce narrante che traccia un’ideale discorso intellettuale e riprende testi del poeta Sanguineti (che compare recitando alcuni testi) e di Bernhard. La recitazione è teatrale, coì come le luci degli interni, in una commisione di inquadratura cinematografica geometricamente pura ed esatta, soggetto dell’inquadratura concepito come un’installazione, e soggetti umani che si muovono nello spazio-installazione come fossero a teatro, ma sempre con un effetto straniante.
[PAGEBREAK] La scelta di distribuire il film nei cineclub sparsi in tutte le regioni d’Italia ha il vantaggio di raggiungere chi vive in provincia, che spesso è costretto a fare 30 km in macchina per raggiungere il più vicino multisala di periferia con annessa passeggiata nel centro commerciale accanto, e una volta al cinema scoprire che cinque delle dodici sale sono occupate da due soli film.
In questo modo lo spettatore è un semplice consumatore, in una dimensione concepita più come alienazione da fast-food — si sceglie il film dal tabellone-menù come si sceglierebbe un panino al McDonald (tutti ben diversificati e immediatamente riconoscibili, e tutti con lo stesso sapore vagamente di plastica) — che come socialità tra persone che si incontrano per stare insieme, e non persone che si sfiorano anche con un certo fastidio, casualmente concentrate nello stesso posto per comprare ognuno per conto proprio.

Distribuire un film in un cineclub di provincia è un’azione culturale che come tale ha anche un valore di impegno sociale, poiché propone in maniera fattuale la dimensione della partecipazione: lo spettatore di un cineclub si ritrova in una situazione di convivialità, di scambio di opinioni ed esperienze con altre persone e con gli artisti che il film in questione l’hanno fatto, e sono lì disponibili a chiacchierare con un bicchiere di vino in mano. Per intenderci, non le noiose conferenza stampa e photocall patinati, che hanno sì, comprensibile e giusto scopo promozionale, ma spesso solo quello, anche perché, se il film ha poco da dire, la conferenza stampa diventa alquanto imbarazzante, quindi meglio procedere, anche noi giornalisti, col solito repertorio di banalità, tutti sullo stesso sgangherato carrozzone promozionale.

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