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Don’t Call Me Baby

Vent’anni di carriera sono davvero tanti. Soprattutto in un’epoca in cui tutto, musica in primis, è in funzione di un continuo ricambio usa-e-getta. Chissà se tra vent’anni potremo celebrare qualcuna delle nuove leve di band che il mercato discografico ci propina di continuo saturando ogni genere. Difficile da dire e da sperare, ma fortunatamente alcune valide realtà come i Backyard Babies sono arrivate a cotanto traguardo. Non senza alterne fortune, come è giusto che sia, ma con una dignità ed una certa …ehm…verginità intatte.

Nell’ultimo decennio la Scandinavia si è accaparrata il titolo di vera e propria fucina di talenti hard rock e rock n’ roll. Hellacopters, Gluecifer, Hardcore Superstar, i norvegesi Turbonegro e ovviamente i Babies sono soltanto alcuni tra i nomi più famosi che hanno osato sciogliere i ghiacci dei loro paesaggi a colpi di rock infuocato, sfoderando sonorità selvagge e calde, abitualmente relegate ad ambientazioni americane ben più permissive, climaticamente parlando. E proprio i Backyard, disco dopo disco, tour dopo tour, han saputo guadagnarsi un prestigio ed una popolarità sempre crescenti, sopravvivendo di fatto a moltissime delle band di discepoli formatesi nel frattempo. Sarà la loro capacità di ingraziarsi chi ama l’hard rock, il rock n’ roll, il punk ed il garage sotto un unico percorso musicale, sarà il fascino zingaresco e tossico di quel Dregen che sempre più si avvicina all’impronta di papà Keith. Sta di fatto che dietro a quell’attitudine un po’ schiva e menefreghista che sfoggiano i quattro svedesi c’è un’effettiva qualità musicale che a lungo andare ha finito per lasciare un segno.

Va inoltre detto che i vent’anni celebrati con il recente cofanetto “Them XX”, partono dal 1989, ovvero dalla formazione di una delle più stabili line-up che si siano viste. Solo in quell’anno, infatti Nicke Borg si unì al già citato Dregen, a Johan Blomqvist ed al drummer Peder Carlsson.
Il suddetto Nicke pose pertanto fine alla biennale fase iniziale della band capitanata dalla voce del dimenticato Tobias Fisher, immortalato solo in qualche demo. Sei album in studio, due live, svariate antologie e compilation tributo dopo, questi ragazzi sanno ancora far scorrere del vero rock, anche in orari improponibili come testimoniato dalla loro apparizione mattiniera allo scorso Gods Of Metal.
A loro cercare di bissare questo ventennio regalandoci ancora molto altro rock.
Noi, come sempre, lo accoglieremo a braccia aperte.

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