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Don’t Go Away

Iniziare un articolo con un titolo del genere può portarci solo in una direzione. Che fine hanno fatto i fratelli Gallagher? Risse, chitarre sfasciate, insulti, minacce, botte, abbandoni. Niente di nuovo sotto il sole. Sembrerebbe. E invece: scioglimento. Definitivo questa volta. O almeno pare.
La parola fine alla saga della più prestigiosa pop-rock band di Manchester (e probabilmente di tutto il Regno Unito) da tempo immemore (Beatles, Led Zeppelin, Smiths?) è giunta proprio il giorno prima di prendere parte a quello che si preannunciava come l’Evento live dell’anno. Una bill interessante, nel segno del suono inglese, con ospiti prestigiosi e la ciliegina Oasis a concludere la serata. Niente. Tutto saltato. O meglio, saltati Gallagher & Co. per improvviso abbandono del fratello maggiore, Noel.
Preso atto della situazione, agli organizzatori dell’I-Day non resta che trovare un sostituto per porre una sorta di rimedio a un danno, purtroppo, irreparabile. La risposta è Deep Purple. Quasi un asso nella manica, buono a coprire falle da bill anche all’ultimo minuto. Ah…i cari e vecchi Deep Purple! Che pur fuori contesto regalano una performance da leccarsi i baffi, una lezione da veri professionisti della musica alla quale assistono in tanti (festanti) e anche, dietro le quinte, i musicisti delle band esibitesi prima di loro.

Location interessante, l’Arena concerti della Fiera di Milano si riempie con calma di tutti quei possessori di biglietto che, delusi dalla defezione dell’ospite principale, hanno deciso di recarsi ugualmente a vedere le band in cartellone.
La logistica del parcheggio ci impedisce di assistere all’opening-act della giornata, i fiorentini The Hacienda, ma non di ascoltare curiosi gli ultimi scampoli della prestazione degli australiani Expatriate, forti di un rock dalle tinte cupe macchiate di elettronica e un piglio che ricorda, a tratti, i Placebo.

Il cambio palco porta al pubblico gli attesissimi Kasabian di Sergio Pizzorno, assenti dall’Italia ormai da diversi anni. Un set semplice, senza effetti speciali, canzoni in primo piano. L’intro è affidata al riff sbilenco di “Vlad The Impaler” sul quale i quattro di Leicester (aiutati da un tastierista/programmatore e un chitarrista) danno il via alla performance. Si intuiscono da subito il buon stato di forma del vocalist, Tom Meighan, fresco di nuovo taglio di capelli, e la conferma della qualità delle ultime composizioni estrapolate dal recente studio album, “West Ryder Pauper Lunatic Asylum”. Con “Underdog”, “Where Did All The Love Go” e “Fast Fuse”, infatti, il pit si incendia e si inizia a ballare guidati dalle melodie sghembe e dai pattern ritmici da dancefloor-rock di Pizzorno & Co. Adrenalina pura. Una sensazione che continua per tutta la durata dello show, nel quale fanno capolino anche le immancabili “Shoot The Runner”, “Processed Beats” (e si balla ancora!), “Club Foot” e la guerreggiante “Empire”.
Pausa soft con “The Doberman” e chiusura con il singolone che li lanciò qualche anno fa: “LSF”. Qualcuno nel frattempo ha issato uno striscione: Oasis gonna live forever. Ehm…pare di no…in ogni caso i Kasabian lasciano il palco dedicando il concerto alla band di Manchester e si ritirano nel backstage con la consapevolezza di aver offerto una prova maiuscola, penalizzata in parte da suoni qua e là impastati e un po’ ingenerosi verso le chitarre, invero piuttosto basse.
[PAGEBREAK] I The Kooks dopo i Kasabian? Sì. Suona strano, ma così è stato. E nonostante la buona performance dei quattro di Brighton resta il dubbio sull’opportunità di questa scelta che, col favore dell’oscurità, avrebbe certamente giovato allo spettacolo “suono/luce” dei Kasabian. Detto questo, giù il cappello anche di fronte ai Kooks. Allegro e scanzonato, il quartetto inglese offre alla platea un concentrato dei primi, e finora unici, due album, “Inside In, Inside Out” e “Konk”. La folla si schiera nettamente dalla loro, ammassandosi sotto il palco e cantando senza pause una canzone dopo l’altra. Pritchard e soci ci sanno fare. Nonostante la relativamente breve carriera alle spalle hanno già l’atteggiamento dei professionisti da palco scenico, presenza sicura, suoni essenziali, come la scenografia del resto: praticamente inesistente. Spazio alle note quindi. Tutte equilibrate nel giusto mix di melodia e riffing chitarristico stile “new Brit”. Poco originale, forse, ma buono ad accattivarsi le simpatie di un pubblico che, Oasis a parte, sembra aver dimenticato i precursori anni ’90 di questa nuova ondata. I Kooks partono snocciolando le hit del loro esordio discografico, da “Naive” a “Ooh La” sino a “She Moves In Her Own Way”, acclamatissima.
Manca l’acustica “Seaside”, ma arrivano gli assi tratti da “Konk”, vale a dire “Mr. Maker” e i singoli “Where I Need To Be” e “Shine On”, tutti attesi e cantati in coro. Suoni più precisi e magnanimi rispetto a quelli dei Kasabian e prova superata per il quartetto inglese, pronto a continuare nel proprio tour europeo che, salvo ultime modifiche, dovrebbe concludersi il 24 settembre a Dublino. Nella loro esibizione si segnala anche un accenno a “Don’t Look Back In Anger” degli Oasis. Non si sa se per omaggio o presa per il culo.

E infine loro, i Deep Purple. Reclutati all’ultimo minuto come rimpiazzo ai dimissionari fratelli Gallagher, i lord del rock inglese sono tornati prontamente in Italia per la duecentosessantesima volta circa nel corso dell’anno solare 2009. Ok, forse non duecentosessantesima, ma di certo i cinque non hanno mai snobbato il nostro paese nel corso degli anni, tanto da tornare puntuali come orologi svizzeri ogni qual volta ci sia un festival o un evento musicale che abbia a che fare col rock. Un verbo che Gillan e soci hanno declinato (ed insegnato a declinare) a migliaia di sbarbatelli in giro per il mondo da quando, nel 1968, prese il via la loro lunghissima e movimentata carriera. Sono un po’ i padri putativi di tutto quello che il rock è oggi. A ragione, per altro. Perché, seppur vecchiotti, i Deep Purple sbarcano a Milano accolti benissimo da una folla che aveva acquistato i biglietti convinta di avere a che fare con tutt’altri headliner. Ma la sintesi della loro esibizione è “lezione di musica”. Ian Gillan, Steve Morse, Roger Glover, Don Airey e Ian Paice, gente con qualche pelo sullo stomaco che, da professionista esemplare, sale su un palco senza preavviso e sforna una prova mastodontica per tecnica, compattezza, energia, armonia. E ci sarà un motivo se questi a sessant’anni suonati stanno ancora su un palco a sputare note ad alto volume.

Il semplice attacco dà l’idea della piega che prenderà la serata: “Highway Star”. E non ce n’è per nessuno. Una cavalcata “anthemica”, con tanto di (classico) assolo di hammond prima e chitarra poi. Airey è mostruoso, ma Morse lo supera: impeccabile. Si percepisce il mestiere dei cinque, la dimestichezza con l’arte di intrattenere. Gillan è in forma smagliante, non stecca una nota, suda, si muove, duetta alla voce con Morse, ha cenni d’intesa con Glover (l’hippie per eccellenza), gesticola come un sacerdote mistico di fronte ad una folla adorante. Sì, adorante. Non si sarebbe mai potuto dire senza vederla. E così si va avanti tra “pezzi d’antiquariato” sessantiano quali “Mandrake Root” e l’epicità di “The Battle Rages On”. Qualche sipario strumentale, giusto per ricordarci che i DP sanno tenere in mano i propri strumenti, e poi via libera alla nostalgia pura: “Strange Kind Of Woman”, una dirompente “Space Truckin’” e l’immortale “Smoke On The Water”, che smuovono tutti i musicisti della giornata (Kasabian in testa) assiepati dietro le quinte ad assaporare una leggenda vivente. È delirio. Gillan concede al pubblico lo spazio di cantare in coro i ritornelli, gli inni generazionali per meglio dire e, nel mezzo del sabba, i cinque si concedono una breve pausa. Rientrano dopo qualche minuto per gli encore. “Hush” e “Black Night”, tanto per non farsi mancare niente.

Così noi poveri mortali, annichiliti da cotanto fragore, assistiamo alla fine di questo primo “I-Day” nella speranza che per l’edizione 2010 la sfiga (o l’idiozia di certi personaggi) non torni a farsi viva. E che, magari, per arrivare al palco, non si debba attraversare mezzo nordAfrica.

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