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Don’t Stop Believin’

Curiosità è la parola chiave di questa breve trasferta presso il Black Horse Pub, gran bel locale in cui la qualità (ottima) della musica si sposa degnamente con la qualità (ottima anch’essa) del cibo e soprattutto della birra. Una curiosità che nasce sostanzialmente dall’insolito abbinamento dei protagonisti della serata, i brasiliani Tempestt, con uno dei più dotati front-man in attività, quel Jeff Scott Soto recentemente scaricato dai Journey (Dio, perdona Neal Schon perché non sa quel che ha fatto!). La peculiarità è comunque presto spiegata: i quattro giovani musicisti brasiliani sono stati la backing-band di Soto in occasione del suo tour sud-americano, e per contraccambiare il buon Jeff ha prestato la sua voce ad uno dei brani contenuti nel loro debut album “Bring’em On”, in uscita tra pochi giorni ed ovviamente oggetto di promozione in questo mini-tour europeo sponsorizzato dallo stesso Soto. L’idea non è per niente pellegrina, in quanto permette ai Tempestt di debuttare sui palchi europei potendo contare sul potere di richiamo che il coinvolgimento di Soto porta con se. L’occasione è buona anche per il cantante americano, attualmente al lavoro sul suo nuovo disco solista, a cui questo breve giro promozionale consente di mantenere il contatto con il fedele pubblico europeo.
I Tempestt salgono sul palco poco dopo le 22:00, e per quasi un’ora ci intrattengono con gli highlights del summenzionato disco d’esordio, un più che discreto lavoro a base di heavy rock melodico dalle neanche troppo nascoste velleità progressive. A dispetto della giovene età, la band si muove bene sul palco, e lascia trasparire buoni dote tecniche. Ottima la prova del chitarrista Gustavo Barros, anche se forse un po’ troppo Petrucciano nello stile, e del cantante BJ, che solo per il fatto di essersi fatto tatuare “Don’t Stop Believin’” sul braccio si è guadagnato tutta la nostra simpatia. Scherzi a parte, il vocalist mostra una notevole propensione melodica che viene esaltata nei brani più d’atmosfera, tra cui citiamo “Enemy In You” e “Too High”. Il vero concerto comunque inizia con una tiratissima cover di “Burn” dei Deep Purple, sul finale della quale al quartetto carioca si unisce Jeff Scott Soto: l’americano è un autentico animale da palcoscenico, ed il suo arrivo on stage annichila letteralmente i poveri Tempestt, bravi e tutto ma assolutamente non competitivi quando sul palco sale uno che canta in un pub con la stessa energia e lo stesso entusiasmo con cui l’abbiamo visto cantare nelle arene da 10.000 posti. Soto spiega brevemente al pubblico i motivi del suo coinvolgimento con i ragazzi brasiliani, ed annuncia “Insanity Destre”, il brano dei Tempestt a cui ha prestato la voce. Si prosegue con vari brani tratti dall’infinito song-book sotiano, tra cui citiamo “Stand Up” dalla colonna sonora del film “Rockstar”, “I’ll Be Waiting” e “Color My XTC” dei Talisman, ottima occasione per chiamare sul palco il vecchio compagno di merende Marcel Jacob, e la cover di “Crazy” di Seal. Sul finale c’è spazio per l’ancora inedita “21st Century”, anticipazione di quello che sarà il nuovo album solista di Soto, e per una vigorosa rilettura di “You Give Love A Bad Name”.
In definitiva una serata davvero piacevole, impreziosita dalla promettente formazione sudamericana ma assolutamente esaltata dalla solita, superlativa performance di Jeff Scott Soto.

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