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Una donna fantastica | Sebastián Lelio e il cinema cileno

Nel 2013 la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro ha dedicato una retrospettiva al cinema cileno contemporaneo e in particolare a Sebastián Lelio; per l’occasione, il critico cinematografico Gonzalo Maza, anche co-sceneggiatore abituale di Lelio, ha scritto per il catalogo del festival un contributo che tra le tendenze del novissimo cine chileno identificava «quella dei film che si inseriscono in un territorio fisico e cercano di tradurlo in una dimensione morale. Forse questo vale per molti film, ma in Cile i territori ridisegnano continuamente le loro frontiere, reclamando una presenza che finora gli era stata negata».

Una riflessione che si adatta molto bene a “Una donna fantastica”, il nuovo film di Sebastián Lelio in uscita nei cinema italiani il 19 ottobre (qui la recensione), che ha come protagonista una giovane donna transgender: qui è il corpo di Marina a reclamare una presenza nella società, ma la società ne ha paura, e rifiuta di riconoscerne identità e legittimità.

Ma «dove risiede l’identità di una persona? – si e ci domandava Lelio quando qualche giorno fa lo abbiamo incontrato a Roma – Nei genitali, o da qualche altra parte? È questo il cuore del film. E la domanda può essere applicata al film stesso: dove si riconosce l’identità di un’opera cinematografica? Nella sua forma? Oppure nella storia? Con “Una donna fantastica” ho voluto realizzare un film trans-genere, non etichettabile né riconducibile a una sola idea. Un film che è romantico, ma anche thriller, un po’ ghost story, un po’ funeral movie, persino musical, e con tocchi di Buster Keaton e Busby Berkeley».

Un’approccio che Lelio ha trovato «grazie alle lunghe conversazioni con la protagonista Daniela Vega, senza la quale il film non sarebbe nato. All’inizio l’avevo coinvolta come consulente: lei era sempre pronta a rispondere a tutte le mie domande, e lentamente molte delle sue caratteristiche personali, ad esempio il fatto che è una cantante, si sono trasferite al personaggio. Così ho capito che non potevo fare il film senza un’attrice transgender, e che era proprio lei quella giusta, Daniela era Marina».

“Una donna fantastica” mette in scena la lotta quotidiana di Marina per essere rispettata nella sua dignità di essere umano sia dai parenti del compagno Orlando, morto per un malore improvviso, sia da istituzioni capaci di trasformare persino le formalità burocratiche in strumenti di umiliazione e violenza psicologica. Una lotta solitaria, quella di Marina, che la avvicina agli altri protagonisti dei film di Lelio, dai ragazzi di “Navidad” (2009) alla matura Gloria del film omonimo (2013).

«Gran parte del cinema [di Lelio] – scriveva Pedro Armocida, sempre nel già citato catalogo pesarese – è tutto incentrato sul discorso della paternità e della famiglia che viene rappresentato in tutta la sua forza, anche dirompente e per certi versi rivoluzionaria, attraverso lo scontro simbolico e anche fisico tra un padre e un figlio in “La sagrada familia”dove, non a caso, viene ricordato più volte uno degli articoli del codice civile: ‘L’emancipazione legale avviene alla morte del padre’».

E per una nazione come il Cile, uscita da un regime dittatoriale meno di trent’anni fa, l’emancipazione dal passato, e dai padri reali ma anche simbolici, è un concetto chiave. Anche perché, come spesso accade, la storia del paese si intreccia allo sviluppo della cinematografia nazionale. Ancora Gonzalo Maza: «Il primo punto in comune tra i nuovissimi cineasti è che la maggior parte di loro proviene dalle scuole di cinema inaugurate dopo la fine della dittatura di Pinochet (1973-1990)» e in particolare, come per Lelio, dalla «Escuela de Cine de Chile, un piccolo istituto fondato da Carlos Flores e Carlos Álvarez, la cui principale missione fu quella di trasmettere un paio di principi molto chiari alle nuove generazioni: in primo luogo, che il cinema nasce da un atto di libertà, seguito da un atto di riflessione».

Libertà, un tema che ricorre nelle opere e dei discorsi intorno a questa cinematografia storicamente e artisticamente giovane, e che riesce sempre di più a imporsi sul piano internazionale. Ma chi sono questi nuovissimi autori cileni? Quanti ne conosciamo oltre a Lelio e, naturalmente, a Pablo Larraín, che di Lelio è amico di lunga data e compare tra i produttori di “Una donna fantastica”? Vogliamo citarne due: Sebastián Silva, che come Lelio (con il prossimo “Disobedience”) e Larrain (con il capolavoro “Jackie”), è arrivato a girare film in lingua inglese (il suo “Magic Magic”, alla Quinzaine des Réalisateurs 2013, era un thriller psicologico che faceva un uso interessante, e inquietante, del territorio cileno visto con gli occhi di una straniera); e Matías Bize, inedito in Italia ma presente a Venezia due anni fa con il dramma familiare “La memoria del agua”, mentre Pesaro aveva proposto l’esordio “Sábado” (2009), tutto girato in piano sequenza, e l’appassionato “La vida del los peces” (2010).
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I materiali citati sono disponibili su pesarofilmfest.it
Per approfondire: il resoconto dell’incontro con i registi cileni alla Mostra di Pesaro 2013

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