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Donne che pestano duro (con i riccioli)

Il titolo è preso di peso da una recensione di Michele Albini.

Nella cangiante e suggestiva cornice di Villa Arconati sarebbe bello anche un happening con le persone che si cospargono di Autan.
A pensarci bene, le persone cosparse di Autan c’erano, a vedere Regina Spektor, ma non erano rilevanti ai fini dello spettacolo. C’è stato un momento, di fronte a Regina Spektor, in cui persino l’idea di trovarsi in un luogo simile è risultata irrilevante.

Un passo indietro. Joan As Police Woman ha una band che muta ogni anno. Ovvio che questo non agevoli l’effetto d’insieme, ma in ogni caso l’attenzione è tutta rivolta a Joan Wasser, che intrattiene con il pubblico conversazioni più brevi e meno riottose del solito. Il concerto trasuda energia ma è come se non la trasmettesse appieno. È come se Joan Wasser facesse stretching e si sbracciasse e aggredisse la tastiera, ma parte del pubblico rispondesse «ok. Beh?».
Poche file più avanti, qualcuno mangia un sandwich. Quella di Joan As Police Woman non è certo musica da sandwich, ma il set tradisce una certa monotonia. Non si escludono brividi durante “Eternal Flame”, e la cover di un brano di Kim Gordon, tutta battiti di mani e cori a tre voci, è rischiosa ma bella. La cover di “She Watch Channel Zero” dei Public Enemy è rischiosa ma non funziona altrettanto bene.

A un certo punto del concerto di Regina Spektor, una ragazza del pubblico grida fortissimo “BRAVA”.
Regina Spektor è commossa, quasi in imbarazzo, poi risponde «Brava a te» e «Non riesco a dire nulla di intelligente in italiano, eccetto bambino bellissimo».
In effetti, un’accoglienza così calorosa non era immaginabile: il pubblico pesta i piedi, dice ooooo, batte le mani a tempo all’inizio di ogni canzone. Tutto per una russa minuta.

Ecco perché: mettiamo da parte doti vocali e pianistiche per un momento, di quello si sa tutto, bene, brava; piuttosto, Regina Spektor ha la dizione più espressiva dai tempi di non si sa, Sylvia Plath che legge le sue poesie?
C’è una scena ne “La Vie En Rose” di Olivier Dahan in cui il maestro di canto di Édith Piaf le insegna a muovere le mani per trascinare anche con esse il significato della canzone. Bene, Regina Spektor fa questo con il frenetico accentare e mutare di tono. Non che la sua voce sia più espressiva di quella di Édith Piaf. C’è da dire però che Édith Piaf non faceva beatboxing.
E così, quando la Spektor si rialza dal piano per cantare senza alcun accompagnamento eccetto quello del microfono-percussione, si trattiene il fiato. Trattengono il fiato anche alcuni maligni, nella speranza che sbagli qualcosa. Non sbaglia, Regina Spektor, e anche quando sbaglia lo fa con una certa quantità di grazia.

Il set comincia diligente con una serie di pezzi dall’ultimo album. Sul palco ci sono un violoncellista, un violinista e un batterista capace che ha il nome come due cognomi.
Gli arrangiamenti di “Folding Chair” sono quelli della versione che compare su “Far” e saturano il brano. “The Calculation” è il giusto inizio pop che funziona e piace al pubblico come è giusto che sia. Si battono le mani a tempo.

Quando Regina Spektor è lasciata sola sul palco, si trasforma in one-man band e colpisce tutti anche quando suona i lenti o quando si prodiga nei suoi accordi basilari alla chitarra: suona “That Time” e suona “Bobbin’ For Apples”, che si rimpiange non sia ancora su album e che ha l’irresistibile ritornello in cui viene detto someone next door’s fucking to one of my songs.
Poi, su “Poor Little Rich Boy”, suona la seggiola.

Il bis dà al tutto un senso di completezza, tra pezzi previsti e pezzi inaspettati e gente che si alza in piedi più per una dimostrazione d’amore che per ballare.
“Fidelity” è accolta da un boato di tutti quelli che hanno un account su Youtube. La conclusione è un pezzo country up-tempo durante il quale, sul palco, ci si sbizzarrisce il giusto.

Non si capisce se le zanzare siano tutte state uccise dagli acuti della Spektor o se siano acquattate fuori dalla tenda per rispetto. Bambino bellissimo.

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