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“Forse non tutti sanno che…”: di film su Doraemon, il gatto robot giapponese più famoso del mondo (conoscete altri gatti robot giapponesi?), se ne fa circa uno all’anno da più di trent’anni; di serie televisive se ne sono avute tre versioni (la più recente va avanti dal 2003); dalla sua creazione nel 1974, fino alla morte dell’autore Fujiko F. Fujio nel 1996, il fumetto manga originale si è sviluppato per un totale di ottocentocinquanta capitoli.

Ma questo “Doraemon – Il film” — in originale “Stand by Me Doraemon”, presentato nella sezione Alice nella Città del Festival Internazionale del Film di Roma 2014 — si differenzia da tutta questa messe di produzioni. Esce in occasione degli ottant’anni dalla nascita dell’autore, e oltre a essere la prima produzione a usare la computer grafica, è anche il film che racconta di nuovo le origini dell’amicizia fra Doraemon, il gatto robot venuto dal futuro, e Nobita, un bambino pigro e pasticcione che già alle elementari mostra tutti i sintomi della depressione.

Giudicare questo film induce schizofrenia. Un film che presenta alti e bassi alternati con una frequenza quasi ossessiva. Nei bassi è la tipica semplicità di molti film per bambini che serve a tirare avanti una storia di senso compiuto. Negli alti è l’umorismo sguaiato della deformazione. Bassa è la qualità dell’animazione, dai movimenti troppo lenti e privi di coreografia. Alto è l’accanimento emotivo sui cambi d’umore del povero Nobita, i cui capricci gradualmente raggiungono quote di plateale istrionismo e dramma esistenziale. Se fa sua una lezione delle commedie più amate, è di far corrispondere un pianto a ogni risata.

PS: Dimenticavo, ci sono i viaggi nel tempo: allarme paradossi temporali!

Pro

Contro

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