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Dov’è finito Oliver Stone?

“Le Belve” è un film che si guarda tutto sommato con interesse e partecipazione sino alla fine, a patto di superare i primi venti minuti che sono un concentrato del peggior kitsch alla Oliver Stone e di Blake Lively che si accoppia con chiunque in multiple posizioni riuscendo ogni volta a restare vestita.

Poi veniamo consegnati a una faida abbastanza confusa e non molto credibile, sorretta però da un certo ritmo, al netto di alcune lungaggini, e servito da un trio di comprimari che farebbe brillare pure le pietre: dal killer baffuto di Benicio Del Toro, che a quanto pare ama sprofondare in questi figuri laidi e sfatti, alla rejna Salma Hayek, sino all’agente dell’FBI interpretato da un John Travolta che gioca (bene) a fare l’ambiguo e il codardo, segnandosi (con quel poco che appare) come uno dei motivi per cui vale la pena vedere questo film.

Sì perché il terzetto dei protagonisti che si contrappone a questi tre sono poco più che delle belle figurine e la mistura di questo triangolo di open love tra rigurgiti di controcultura hippie e battute votate al più trito romantichese è insopportabile. Fortuna che la questione occupa giusto il primo quarto del film, che è anche la tranche in cui la Lively fa effettivamente qualcosa prima di essere parcheggiata per i restanti tre quarti. Poi magari c’è gente che la adora ed è tutta per lei, a me non fa né caldo né freddo. Come donna. Come attrice, poi, non ne parliamo neanche: il suo voice over, già troppo presente, sconta anche la sostanziale caninità di un tono senza variazione.

C’è stato un tempo in cui Stone i film li sapeva fare, non è mai stato uno col piede leggero, è vero, ma se non altro agli inizi riusciva a mettere insieme il tutto con un certo gusto. E se il sequel di “Wall StreetIl Denaro Non Dorme Mai“, che ha preceduto due anni fa quest’ultimo lavoro, aveva mostrato qualche ritorno di sobrietà stavolta siamo tornati in pieno campo minato. La presenza di qualche inquadratura ricercata e soprattutto quel doppio finale che vorrebbe strizzare l’occhio alle costrizioni che Hollywood impone ai registi, sembrano confermare in realtà che Stone abbia proprio perso il contatto con la realtà e il cinema contemporanei, infilandosi in un cul de sac alla lunga risibile. E quindi, arrivati ai titoli di coda, ti accorgi che sì non ti sei annoiato e che più di una sequenza hai anche vissuto l’adrenalina dell’azione, ma si tratta di un piacere passeggero, una cosa che dimentichi dopo una mezz’ora.

Un’ultima nota, a latere, spetta alla questione linguistica. Se spesso ce la prendiamo (con giusta ragione) con gli arbitrari adattamenti e livellamenti riservate alle edizioni italiane di film stranieri, dobbiamo registrare con “Le Belve” — visto in originale — che pure gli americani, spesso, commettono lo stesso peccato. Non saprei come spiegare altrimenti sequenze intere in cui personaggi ispanici parlano tra loro in americano. Ma con forte accento spagnolo, eh.

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