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Dove muoiono i sogni

È la fine, si sente nell’aria autunnale. È la fine del Post Romantic Empire, creatura del promoter Giulio Di Mauro che ha allietato tante (non abbastanza) notti romane. Non è la fine del mondo, o almeno non ancora – ma bisognerebbe chiedere lumi a David Tibet, che si aggira lieve e sereno nei dintorni del club Init, dove si sta svolgendo una maratona di 30 ore di musica per celebrare il PRE e la sua dipartita in gloria. Si va dal folk al noise al blues fino al rock apocalittico dei Current 93; tutti gli artisti, precisa Di Mauro, hanno partecipato a titolo gratuito. Fra il pubblico c’è chi le 30 ore se le fa tutte e ogni tanto collassa sul pavimento del club, e chi per ragioni logistiche e cerebrali non ci riesce. E stila qui sotto la cronaca di ciò che ha visto, a testimonianza di ciò che fu, a futura memoria.

Nada + Ardecore - dopo un’introduzione così solenne sarebbe il caso che anche la musica lo fosse, invece no. Nada canta con la consueta grinta da donna vissuta che ne cementa l’immagine di Marianne Faithfull italiana, gli Ardecore offrono un accompagnamento adeguato. Il pubblico a grande maggioranza femminile è entusiasta, chi scrive non condivide ma apprezza ugualmente.
Spiritual Front – il gruppo romano scalda il pubblico tanto e in fretta, al punto che qualcuno lancia un bel reggiseno rosa in direzione dell’altrettanto bel frontman Simone Salvatori. Coinvolgenti, passionali, anche se alla lunga il loro folk suona un po’ monotono. E poi basta con ‘sta storia del nichilismo. Da quel punto di vista sono molto meglio gli inglesi Naevus che si esibiscono dopo il Front: Lloyd James e Joanne Owen hanno un suono tanto minimalista quanto tetro, che avanza inesorabile e inarrestabile. La voce profonda di Lloyd è calda ed inquietante.
Riga – finalmente un po’ di sano rumore. Il trio milanese investe il club con energia primitiva e scuote (fisicamente e psicologicamente) uno sparuto pubblico che si nutre di suono, se ne fa attraversare, scioglie la propria coscienza in esso e si lascia galleggiare in un mare di suggestioni. Tanta è la potenza sonora dei Riga. Alla fine li raggiunge sul palco il violinista Matt Howden, meglio noto come Sieben, che presta incantevoli loop di violino distorto prima del suo concerto solista.

A metà pomeriggio è tempo di cinema: è invitato sul palco Jorg Buttgereit, autore del film di culto Nekromantik (1987): Rob pulisce le strade dalle vittime di incidenti e ogni tanto conserva qualche souvenir sotto spirito: organi, arti. Un giorno porta a casa un cadavere in decomposizione per la gioia della sua ragazza Betty, che lo adorna con una sbarra di ferro per poterlo sfruttare sessualmente. Ma un giorno Rob perde il lavoro e Betty scappa col cadavere. Rob si dispera, uccide una prostituta con cui non riesce a fare sesso perché è troppo viva, alla fine si pugnala mentre si masturba e raggiunge l’apice dell’estasi morendo. Una meraviglia, anche se troppo lungo (il film). Ma ciò che conta è la sonorizzazinoe del film, a cura di Cupio Dissolvi, il pianista di Marc Almond Othon Mataragas, Peter M e Mushy – quattro stili molto personali che si alternano e si fondono con un effetto bizzarramente armonico e quasi dolce, anziche’ il delirio industrial-noise che ci si potrebbe aspettare dato l’argomento del film. Insomma, una scelta acuta ed originale.
La sezione audiovisiva continua con un remix di Das Cabinet des Dr. Caligari di Robert Wiene (1920) da parte del sempreverde Steven Severin. Il quale lavora sulle immagini del film e sui soundscapes composti appositamente con eleganza e distacco eccessivi, al punto che la performance perde presto di interesse e diventa gelida come l’aria della sera. Ma forse è proprio quello il suo scopo.
[PAGEBREAK] Ultimo capitolo, un crescendo rumorosissimo ed emozionante: il veterano Fabrizio Modonese Palumbo, bassista dei Larsen, divide il palco con due maestri dell’elettronica ambient minimalista, Andrew Liles dei Nurse With Wound e Paul Beauchamp. Questi ultimi prendono stacchetti lounge molto urban, molto trendy, e poi li trasformano in un delirio di suoni abrasivi. Palumbo aggiunge un basso ultradistorto che ricorda i Porn e raggiunge volumi stratosferici. Molta energia, molta perizia tecnica, soprattutto molto amore per le frange più scomode della musica.

Cominciano a vedersi sul palco vari membri dei Current 93: prima di tutto il giovane batterista Alex Neilson, accompagnato dalla vocalist Lavinia Blackwall con cui forma i Directing Hand: percussioni al servizio di una voce sopranile che si apre a distorsioni selvagge. Peccato che i loro pezzi non abbiano una struttura definita, ne avrebbe aumentato il peso specifico. Poi arriva la grande Baby Dee, vestita di un orrendo giaccone stile Carica Dei 101, e canta i suoi ironici blues seminascosta dal pianoforte che non può essere spostato al centro del palco. Peccato; nessuno può mettere Baby Dee in un angolo.

Palumbo, Liles e Beauchamp tornano in scena per accompagnare il sopranista Ernesto Tomasini: grande, coloratissima presenza teatrale, un misto fra Maria Callas e Carmelo Bene, Tomasini sfoggia una voce straordinaria e grandi doti di entertainer. Othon Mataragas lo accompagna nella seconda parte della sua performance, ma i pezzi scritti dalla coppia sono meno originali e avanguardistici dei primi. Grande esibizione, comunque.

E finalmente i Current 93, non prima che Giulio Di Mauro abbia detto addio ad artisti e pubblico suscitando un applauso commosso. David Tibet arriva accompagnato da una giovinetta biancovestita a cui dà un bacino sulla guancia, gli altri membri sono già ai loro posti: comincia una performance basata sull’ultimo lavoro “Aleph At Hallucinatory Mountain” e su “Birth Canal Blues”. La musica è tesissima, la potenza evocativa delle lyrics è eccessiva persino per Tibet, che scoppia in lacrime mentre esegue “Not Because The Fox Barks”. Per tutto il concerto farà fatica a trattenere l’emozione. È un momento delicato: davvero noi del pubblico abbiamo il diritto di assistere all’inaspettato scoppio di emozioni tanto intime? Non sarebbe più rispettoso lasciare Tibet nel suo mondo di dolore, di amore, di Apocalisse? Anche il chitarrista James Blackshaw si china sul tormentato frontman, e decidono che the show must go on, almeno per il PRE. Avanti, quindi, con le nenie a metà fra folk e industrial, con le chitarre grezze, le tessiture sonore di Liles e gli accordi dolcissimi di Baby Dee.
Fino alla fine. Perché anche la fine, prima o poi deve arrivare. E ci lascia senza parole.

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